domenica 2 gennaio 2011

L’ottavo capitolo

Milano: anno 2030. Baggio, dopo sette mesi, torna a casa per vendicarsi del compagno della madre che lo ha cacciato. Con lui c’è Nice, un ragazzo incontrato nei meandri della metro. La vendetta sembra a portata di mano, ma con dispiacere scoprono che l’uomo che vorrebbero eliminare  è assente, ma la madre, ormai del tutto fuori di testa,  li accoglie come se quasi nulla fosse accaduto. I ragazzi per qualche ora tornano a rivivere. Cenano, chiacchierano. Alla fine la madre di Baggio si addormenta. I ragazzi allora  approfittano della situazione per fumare un po’ di hascisc. L’euforia però si trasforma in paranoia e i due lasciano la casa dopo aver arraffato il possibile. Scendono in strada, ma la vista di una pattuglia della polizia li obbliga a un’avventurosa fuga tra i tetti sino alla stazione ferroviaria abbandonata di Sesto San Giovanni. Ci passano la giornata a dormire, fino a che un temporale li sveglia. Si mettono in marcia verso il centro dalla città, ma vengono intercettati da una banda di ragazzini carichi di brutte intenzioni. Tuttavia dopo qualche schermaglia i due ragazzi fanno amicizia con il gruppo appena incontrato. Mangiano e bevono in una sala d’aspetto abbandonata. Baggio si ubriaca e vomita. Viene condotto nel rifugio dei ragazzi appena conosciuti e qui giunto può finalmente riposare. Al risveglio, medicato e un po’ ristabilito, Baggio si trova di fronte Maria. Fa la sua conoscenza e lei gli dice che è stato Jim Morrison a curarlo.  

8

Baggio mise il cuscino dietro la schiena e si sollevò un poco sulla branda, restituì il piatto con il resto del riso a Maria e la guardò perplesso. La ragazza ridacchiò senza schiudere le labbra, timida, come se provasse vergogna nel mostrare il marchingegno ai denti.
«Chi è in realtà questo Jim?» domandò Baggio. «è la seconda volta che ne sento parlare!»
Maria parve pensare tra sé. «Nessuno sa chi sia a dire il vero. Una notte, ma adesso non ricordo quanto tempo sia passato, è apparso con Soriano. Allora non vivevamo in questi scantinati, ognuno abitava per conto suo. Io vivevo con un paio di amici nelle gallerie metropolitana di Gorla. è stato Jim a riunirci e a condurci in questo posto. Ci porta da mangiare, vestiti, medicine, non ci fa mancare nulla. Deve essere molto ricco…» Diede un’occhiata ai rimasugli nel piatto. «Non ti piace?»
«No… Cosa fate per lui?»
«In che senso?»
«Be’, lavorate? Andate a scuola?»
Maria rise. «A scuola? Niente scuola… non facciamo nulla!»
«Come nulla? Non ci credo. Qualcosa farete?»
Maria alzò le spalle. «Vuole che lo preghiamo!»
«“Preghiamo”?»
«Hai presente le Messe?»
Baggio annuì.
«Facciamo come delle Messe. Jim indossa dei vestiti in pelle nera tutti attillati, ci raduna tutti, sale sopra un altare, mette in funzione delle luci psichedeliche e poi predica e ci fa ascoltare della musica ad alto volume. Nessuno può permettersi di muoversi e di interromperlo, fino a ché ha concluso la funzione.»
Baggio alzò la mano e con l’indice segnalò la direzione da cui sentiva provenire la musica. «Come questa?»
«No… Una musica diversa. Jim dice che è quella che componeva nel secolo scorso.»
«Secolo scorso? Quanti anni ha?»
«Non lo so. Nessuno lo sa. Non è vecchio comunque: è anche bello. Dice di essere la reincarnazione di un artista.»
«è pazzo?»
«No, non è pazzo. Ci rende felici. A volte ci fa recitare delle poesie che lui scrive. Sono molto belle. Ci racconta un sacco di cose interessanti. Un giorno ci farà uscire dalle fogne. Lo devi conoscere… Baggio?»
«Sì, Baggio, Baggio, non dimenticarlo.»
Maria sorrise. «Non lo dimenticherò. Ora però riposati un po’. Tornerò più tardi con lui!»
Baggio assentì, rimise a posto il cuscino e tornò a distendersi sul letto.  «Ah, prima che tu vada via… i miei vestiti?»
«Li stiamo lavando, ti porterò qualcosa di pulito più tardi.»
«Ciao» le disse Baggio.
La osservò allontanarsi. Più o meno doveva essere alta come lui. Pareva assai sveglia, però. Baggio pensò che fosse un vantaggio avere delle ragazze attorno. Le ragazze erano pratiche e metodiche e sapevano come fare a evitare i guai. Non pensavano soltanto a farla a botte con chi capitava vicino. Era stata anche gentile. Certo, il riso non gli piaceva, però al museo non aveva mai visto neppure un piatto.
Ora trovava gradevole respirare l’odore del posto in cui si trovava. Pareva un ambiente pulito e non c’era quel fetore nauseabondo che infestava il museo. Quella specie di musica che sentiva in sottofondo non gli piaceva particolarmente, ma lo rilassava e lo incuriosiva e pensò che sua madre sarebbe stata contenta di saperlo in un luogo simile. Sperava soltanto che Nice non prendesse qualche strana decisione e ovviasse per andarsene come sempre. Lui sarebbe rimasto volentieri con questi ragazzi. Avrebbe inventato qualche scusa se fosse accaduto, di sicuro. D’altronde mica poteva muoversi con un braccio e un ginocchio in cattive condizioni. Nice avrebbe capito.
Magari ne avrebbe approfittato per stare un po’ di tempo con Maria. Maledizione, era davvero graziosa, malgrado lei avesse dimenticato come si chiamava.
Lui, al contrario, non l'avrebbe mai scordato. Maria, pensò. Maria, suggerì un’altra volta alla sua mente e si addormentò pensando a lei.
Non dormì a lungo questa volta. Poco dopo sentì scuotersi i piedi da qualcuno. Aprì gli occhi all’improvviso e riconobbe Nice in fondo alla branda con un’espressione esaltata sul viso. Lo guardava allucinato tra i tubolari di sostegno del castello. Era sudato ed euforico. Nice rise, girò attorno alla branda, poi si abbassò sulle ginocchia e afferrò la sua mano. Da qualche parte, lontano, si sentiva l’eco di grida  e la musica udita sino a qualche momento prima si era dissolta.
Baggio si sentì sbalestrato. Si lasciò stringere la mano da Nice. «Che succede?» chiese.
«Li abbiamo presi» rispose Nice.
«Chi?»
«Quei bastardi, no? I balordi che Soriano cercava ieri sera in stazione. Ma sei ancora sbronzo?»
«No, mi sono ripreso.»
Nice rise. «Dio mio, mi hai fatto fare un po’ di figure.»
«Mi spiace!»
«Fa niente… ti hanno trattato bene durante la mia assenza?»
Baggio glielo disse.
«Quando sono uscito ho visto che ti trovavi in buona compagnia» chiese Nice.
«Parli della ragazza?»
Nice rise. «Chi è?»
«Si chiama Maria.»
«Molto bene, facciamo progressi… L’ho vista: è molto carina.»
Baggio fece una smorfia. «Ti piace?»
«A te no?»
«Non mi piace per niente!»
Nice rise. «Tranquillo non te la tocco… puoi alzarti?»
Baggio scostò le lenzuola. Gli mostrò come era messo.
«Ti vergogni a girare in mutande?»
«Dove vuoi portarmi?»
«Vieni ci divertiremo, dobbiamo solamente andare in un altro scantinato.»
Baggio ubbidì. Uscì dal letto e si rimise in piedi. Cercò le scarpe vicino al letto, ma erano sparite anche quelle con i vestiti. Adesso il ginocchio gli doleva relativamente; il braccio, però, faticava a muoverlo.
Nice attese con calma. Si avviò appena Baggio gli disse di farlo.
Baggio lo seguì camminando scalzo verso il luogo da dove provenivano le urla. Adesso il pavimento dello scantinato era in  cemento ruvido e i sassolini usati per impastare la sabbia gli irritavano le piante dei piedi. Attraversò la lunga camerata pedinando Nice come se camminasse sopra un tappeto di carboni ardenti. Faceva caldo. Ogni cinque passi doveva fermarsi per fregarsi i piedi nella penombra. Ne approfittò per contare le brande disposte nello scantinato.
Erano molto più numerose di quelle che aveva contato restando sdraiato e rimase impressionato pensando a quanto potevano essere i componenti del branco. C’era posto, come minimo, per cento persone.
Percorsero lo scantinato per il lungo. Poi scesero delle scale al buio sempre seguendo le urla: sempre più forti e udibili. Attraversarono un locale pieno di cianfrusaglie, scatole di cartone con del cibo e medicine. Risalirono di nuovo una rampa di scale, finché sbucarono in un grande loft prefabbricato pieno di ragazzi urlanti.
Il locale era molto illuminato. Baggio pensò che fosse il luogo dove il branco si riuniva per quelle strane messe di cui aveva parlato Maria. Le finestre erano nascoste da grossi teloni scuri che davano all’ambiente degli strani riflessi. Il pavimento, però, non era in cemento. Era ricoperto da una striscia di linoleum color verde marcio. Baggio ci vide incollate alcune righe bianche a delimitarne un’aera, sia in orizzontale sia in verticale. Le scrutò con attenzione e capì dove era finito: si trattava di una vecchia palestra sportiva.
Sul fondo c’era una specie di altare rituale e dietro, appiccicata al muro, una gigantografia con sopra impressa la figura di un uomo con i capelli lunghi, nudo dalla cintola in su. Aveva le braccia allargate come un Cristo in croce e qualcosa di brillante attorno al collo. La scritta di traverso era stata realizzata invece con della vernice rossa. Si poteva leggere anche a quella distanza: Jim Morrison.
Ai piedi dell’altare c’erano due persone nude. Viste da lontano sembravano legate alle mani e ai piedi, perché non riuscivano a muoversi. Avevano dei bavagli attorno alla bocca ed erano completamente nude. Persone di sesso maschile: una scuoteva la testa, mentre l’altra si guardava attorno impaurita.
Baggio si avvicinò, passando in mezzo ai ragazzi del branco che si erano disposti sul linoleum della palestra, lasciando libera una larga corsia centrale. I ragazzi lo guardarono passare sorridendo perché era in mutande. Qualcuno lo incitò. Baggio si avvicinò ai due balordi e li studiò come fossero animali di uno zoo. Erano legati, come aveva ipotizzato, alle mani e ai piedi, con del filo di ferro.
Il più vecchio tra i due era calvo e perdeva sangue dalla testa sopra l’orecchio sinistro. Aveva la pancia grossa come un pallone, livida e tesa e cercava di nascondere, rannicchiando le gambe in posizione fetale, un pene striminzito come un grissino. C’era un lago di piscio dove era accovacciato e scuoteva il capo per liberarsi del sangue che scendeva a fiotti dalla sua nuca.
Baggio provò ribrezzo a guardarlo.
L’altro era solo un ragazzo. Mugolava come un gatto malato. Tremava senza sosta e gli occhi erano rossi e incavati. La sua faccia pareva un cranio vivente. Qualcuno gli aveva legato i testicoli con dello spago e ogni tanto si divertiva a tirare. Il poveretto si lagnava senza speranza allora. Non aveva tracce di sangue addosso, tranne alcuni lividi bluastri sulla spalla sinistra.
La parte più terrificante la rivestiva il pubblico. Le urla di incitamento erano continue e ritmate come se fosse il cuore di ognuno di quei ragazzi a tenere il tempo. Baggio immaginò di partecipare a una danza primordiale.
 «Pisciagli addosso» sentì urlare a un certo punto.
Baggio rise, ma smise di farlo, quando tra i ragazzi si alzò un bambino. Non poteva avere più di sei o sette anni. In mano aveva un paio di forbici. Schivò Baggio, si avvicinò ai due prigionieri e prese il più vecchio per l’orecchio destro. Il balordo continuò ad agitare la testa e il bambino, dopo avergli sputato addosso, gli infilzò le forbici nel braccio sinistro, di punta, senza aprirle. Schizzò immediatamente del sangue. Il balordo squadrò il bambino incredulo, poi osservò il sangue uscire dal suo braccio. Si pisciò addosso ancora una volta.
Il bambino, sempre con le forbici in mano, invitò un altro paio di ragazzi a dargli una mano. Disse che voleva mozzargli un orecchio e qualcuno doveva tenere ferma la testa di quel bastardo. In tanti si misero a ridere, ma il bambino insistette: voleva mostrare di cosa era capace. 

Continua...

12 commenti:

  1. Sempre più tremendo il romanzo :)

    Bravo, finora lo sto seguendo con piacere.

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  2. Ho letto gli ultimi due capitoli assieme, stiamo entrando nel vivo.
    Complimenti.

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  3. Fai attenzione a pubblicare romanzi così sul blog, c'è sempre qualche imbecille pronto a rubare le opere altrui

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  4. @ Palle quadre: un simile avvertimento mi è arrivato anche per email, e insomma qualche dubbio si è insinuato anche nella mia testolina...
    ma cavolo bisogna essere davvero mediocri per impossessarsi del lavoro altrui.
    Grazie per il consiglio, comunque: a questo punto credo che valuterò se andare avanti o no:-)

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  5. Guarda, frequento un forum di storia e archeologia, un giorno uno dei forumisti ha preso le teorie e le deduzioni più interessanti che gli utenti avevano scritto, le ha messe assieme, se ne è appropriato, ha stampato un libro e lo ha venduto per bei soldi a nome suo, senza citare i reali autori.

    Questo tanto per non andare molto lontano.
    Di gentaglia è piena il mondo, e sul web, dove ci si sente sicuri perchè dietro un monitor e si crede di essere anonimi, è pure peggio

    Per pararti dovresti portare il tuo scritto da un notaio, così avrai nero su bianco e con testimoni che tu sei l'autore, qualunque copia avrà datazione posteriore, quindi copiata dal tuo.

    Non credo che le licenze creative commons possano aiutare molto, ma non le conosco bene

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  6. @PalleQuadre: e n on farebbe fede la pubblicazione nel blog, riguardo alla data? Il romanzo, e nel tuo caso le teorie del forum, è antecedente alla pubblicazione cartacea.

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  7. Non credo che un blog faccia testo come documento ufficiale.
    Non so se si hanno dei diritti su un semplice blog.

    Temo che un libro pubblicato possa avere più peso, perchè mezzo già previsto dalla legislazione.
    Un blog è un mezzo più recente, e non so se viene preso in considerazione.

    Bisognerebbe informarsi con qualche avvocato, un amico perchè alcuni vogliono centinaia di euro per una consulenza...

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  8. @ Palle quadre: per domani credo di trovare una soluzione,vedremo... grazie intanto:-))

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