domenica 23 gennaio 2011

Il decimo capitolo

Milano: anno 2030. Baggio, dopo sette mesi, torna a casa per vendicarsi del compagno della madre che lo ha cacciato. Con lui c’è Nice, un ragazzo incontrato nei meandri della metro. La vendetta sembra a portata di mano, ma con dispiacere scoprono che l’uomo che vorrebbero eliminare  è assente, ma la madre, ormai del tutto fuori di testa,  li accoglie come se quasi nulla fosse accaduto. I ragazzi per qualche ora tornano a rivivere. Cenano, chiacchierano. Alla fine la madre di Baggio si addormenta. I ragazzi allora  approfittano della situazione per fumare un po’ di hascisc. L’euforia però si trasforma in paranoia e i due lasciano la casa dopo aver arraffato il possibile. Scendono in strada, ma la vista di una pattuglia della polizia li obbliga a un’avventurosa fuga tra i tetti sino alla stazione ferroviaria abbandonata di Sesto San Giovanni. Ci passano la giornata a dormire, fino a che un temporale li sveglia. Si mettono in marcia verso il centro dalla città, ma vengono intercettati da una banda di ragazzini carichi di brutte intenzioni. Tuttavia dopo qualche schermaglia i due ragazzi fanno amicizia con il gruppo appena incontrato. Mangiano e bevono in una sala d’aspetto abbandonata. Baggio si ubriaca e vomita. Viene condotto nel rifugio dei ragazzi appena conosciuti e qui giunto può finalmente riposare. Al risveglio, medicato e un po’ ristabilito, Baggio si trova di fronte Maria. Fa la sua conoscenza e lei gli dice che è stato Jim Morrison a curarlo.  Più tardi rientra Nice e lo conduce, attraverso i loculi sotterranei della città, in una palestra, dove ai piedi di un altare profano, tra un nugolo di ragazzini, è in corso uno strano rito. Assistono alla tortura di due balordi, tra i quali c’è un ragazzo. Sono i responsabili dello stupro di un paio di ragazzi del branco. Alla fine al più vecchio dei due viene fatto ingoiare un biacco vivo

10

Un bel po’ di ragazzi iniziarono a urlare eccitati e Baggio si sentì immancabilmente attratto da quella sorta di follia collettiva. Osservò il ciccione annaspare alla ricerca d’aria come un pesce appena sottratto dall’acqua limpida di uno stagno e rise come un babbeo. Ma non fu il solo a farlo.  Soriano sghignazzava, mentre il corpo del balordo, nudo e ferito, non cessò un istante di tremare; sembrava che ci fossero delle pile alcaline ad alimentarlo e alla fine cozzò con la testa contro uno spigolo dell’altare.
Baggio osservò il balordo con lo stesso spirito con il quale avrebbe guardato un cane spiaccicato sull’asfalto da un'autoblindo. Mentre lo fissava, per qualche strano motivo si ricordò di aver visto in un libro la figura di un pitone che divorava un elefante e si chiese perplesso come ci si sarebbe potuti sentire con un biacco che si muoveva nelle proprie viscere. Pensò che dovesse essere terribile avere qualcosa di vivo nello stomaco e avvertì le proprie budella storcersi al solo pensiero di sentirle morsicate. Poi si domandò se il serpente sarebbe uscito vivo risalendo attraverso la gola o avrebbe scelto la via diretta verso l’ano. Dedusse che non dovevano esserci altre possibilità di fuga. Di sicuro, una volta uscito, lo avrebbero fatto inghiottire dall’altro farabutto. Era la fine che meritavano i bastardi di quella razza.
Baggio rise un’altra volta in modo sciocco e fatuo, poi si voltò a cercare con lo sguardo Nice tra i ragazzi in palestra. Adesso il salone andava sempre più riempiendosi e i ragazzi si accalcavano per assistere nel migliore dei modi alla tortura. C’erano almeno un centinaio di persone. La corsia centrale si era trasformata in uno stretto corridoio di passaggio e Baggio rimase sbalestrato dalla totale assenza di fanciulle.
Nice, in ogni caso, pareva a suo agio. Baggio lo studiò per qualche istante e vide quando un ragazzo del tutto indifferente alle torture in ballo, dopo essersi avvicinato, gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Nice si fece serio e annuì con un cenno del capo dapprima, poi parve pensare tra sé, alla fine alzò la mano e, con una rotazione verso il basso del polso, ordinò a Baggio di avvicinarsi.
Baggio ubbidì. Si avviò verso l’amico, ma prima lanciò un’occhiata al ciccione. Si aspettava, da un momento all’altro, di rivedere il serpente uscire da qualche orifizio e non voleva perdersi lo spettacolo. Così si spostò sul linoleum che copriva il pavimento senza controllare i suoi passi, con lentezza, senza mai distogliere lo sguardo dal torturato. In questo modo inciampò e calpestò qualche piede un paio di volte, ma nessuno lo rimproverò.
«Ti stai divertendo?» gli chiese infine l’amico.
Baggio si fregò le mani sul petto e sorrise. «Divertendo no, però, mi piace la fine che gli stanno facendo fare? Dovrebbe subirla il mio patrigno.»
Nice indicò, con un cenno degli occhi, il ragazzo che lo aveva interpellato.
Il giovane li guardava con le braccia conserte, sicuro, ma senza boria. Indossava dei calzoni corti, rossi con delle tasche laterali sulle quali risaltavano, controluce, delle orrende macchie d’unto. Il ragazzo era rapato a zero e aveva una cicatrice che segnava a metà il suo cranio; era a torso nudo e i suoi muscoli pettorali parevano scolpiti nel marmo.
«Con il loro aiuto potremmo anche riuscirci» spiegò Nice. «Adesso, però, dobbiamo andare con lui.»
«Dove?»
«Jim,  vuole parlarvi» disse il ragazzo.
«Adesso?»
«Fossi in voi non lo farei aspettare.»
Baggio si ricordò di essere in mutande. Lo show era stato sufficiente a distoglierlo dalla realtà. Si grattò il braccio fasciato e arrossì. Aveva anche i piedi bagnati e quando se ne accorse si vergognò un poco: senza saperlo doveva aver calpestato la scia di bisogni del malcapitato balordo. Si ricordò di essere ferito e malconcio. «Mi presento così?»
«Indossa qualcosa di pulito, non ci vorrà un secolo per rimetterti in ordine.»
Baggio non disse nulla.
Nice assentì, sospinse l’amico per un braccio davanti a sé,  e si avviarono verso il fondo della palestra. Qualcuno vedendoli passare disse che lo spettacolo non era ancora finito e che non dovevano andarsene. Presto si sarebbe scommesso sul tempo che il balordo avrebbe impiegato a tirare le cuoia. Nice promise che sarebbero tornati in tempo per vincere.
Fecero il tragitto inverso di quello seguito appena qualche ora prima e seguirono il ragazzo che aveva contattato Nice. Il giovane si muoveva con disinvoltura e quando entrò nelle gallerie al buio continuò a camminare sicuro come se conoscesse a menadito i sotterranei e i loculi dell’intera zona. Non ebbe mai la necessità di utilizzare torce e altre forme di illuminazione. Ogni tanto si fermava, dava un’occhiata alle sue spalle e riprendeva a camminare senza pronunciare una parola. Sembrava in forma e allenato e soprattutto ben nutrito. Condusse i due ragazzi nello scantinato dove Baggio aveva passato la giornata.
«Maria!» urlò.
La ragazzina comparve sbucando da una specie di porta laterale ricoperta da una tenda a strisce multicolori, senza il bisogno di essere richiamata. Sorrise a Baggio, poi guardò il ragazzo.
«Dagli dei vestiti puliti e fallo lavare che puzza di merda» ordinò.
La ragazza annuì. Prese Baggio per mano e in silenzio lo condusse in un altro scantinato salendo una rampa di dieci scalini. Lo stanzone doveva essere appena sotto il livello della strada, perché oltre alla luce del tramonto che filtrava da un paio di piccole finestre, si sentivano anche i rumori di alcuni veicoli provenire da fuori.
L’interno era pulito e odorava di disinfettante; c’erano una sfilza di lavabo e lavandini, alcuni specchi a muro, degli armadi grigi in alluminio, una decina di gabinetti alla turca e alcune docce che a Baggio sembrarono quelle di una camera a gas vista una volta in un vecchio libro di storia.
In ogni caso si rilassò, riuscì finalmente a urinare e respirò un po’ di aria fresca, poi si avvicinò a un lavabo e aprì il getto d’acqua, intimidito dalla presenza di Maria che intravedeva riflessa in uno specchio di fronte. Era imbarazzato dalla sua presenza.
Dovette attendere qualche secondo prima di scorgere  il getto d’acqua uscire dal rubinetto. Poi l’acqua zampillò  prima a sbuffi improvvisi e poi continui. Baggio bevve un sorso d’acqua e si pulì le labbra con il polso. Si asciugò il polso sul torace, quindi afferrò un pezzo di sapone e si lavò la faccia, sfregando per bene il viso.
«Hai bisogno d’aiuto?» chiese Maria.
Baggio si vide il volto farsi viola nello specchio. «No!» rispose.
L’acqua era fresca e pulita e il ragazzo unì le mani e la raccolse e poi se la passò sul collo e rabbrividì appena sentì le gocce d’acqua scorrere sulla sua schiena. Gli mancò il respiro per qualche istante. Poi sorrise e si girò a guardare Maria.
«Ti fa male il braccio?» gli chiese Maria.
«No» rispose.
La ragazza sorrise e Baggio allora tornò a voltarle spalle, mise un piede nel lavabo e lo sciacquò. Poi si chinò ad annusarlo. L’odore che sentì lo obbligò a lavarlo di nuovo, questa volta usando il sapone. Lo fregò finché non fece un po’ di schiuma. Sollevò in piede e si passò la schiuma prima tra le dita e poi sotto la pianta cercando di restare in equilibrio. Poi sciacquò il piede e si dedicò alla pulizia dell’altro. Continuò sino a quando non senti altro che l’odore del sapone nelle sue narici.
 «Aspetta, vado a prenderti qualcosa da indossare» disse la ragazza, dopo avergli dato una salvietta.
Baggio sedette sull’orlo di un lavabo e si asciugò prima il collo e la faccia e poi piedi. Alla fine si mise la salvietta sulle gambe e pensò a Maria mentre aspettava che tornasse.
Era come sua madre. Però non sembrava appiccicosa. A dire il vero avrebbe voluto che fosse un po’ appiccicosa. Gli piaceva. Magari piaceva anche a Nice. Magari aveva un ragazzo. Lui era troppo piccolo per avere una ragazza. Però se un giorno ci fosse stata una ragazza avrebbe voluto che fosse come Maria.
Ora voleva che tornasse. Lei avrebbe voluto aiutarlo e lui le aveva detto di no. Era stato uno stupido. Non bisognava essere stupidi con le ragazze. Guardò verso la porta. Se fosse tornata prima che avesse finito di contare sino a trenta un giorno sarebbe stata la sua ragazza. Iniziò a contare guardando verso la porta di entrata ai cessi. Al dieci non c’era ancora nessuno. Al quindici sentì dei rumori e il suo cuore sussultò. Al venti pregò Dio di farla apparire e giunto a venticinque Maria apparve in cima alle scale.
Baggio sorrise.
Maria aveva le sue vecchie scarpe da ginnastica e dei vestiti tra le mani. Glieli porse. C’erano dei calzoncini in tela e una maglietta con sopra il nome di un calciatore. «Visto che ti piace il calcio, ti ho portata questa» disse la ragazza. «Spero vada bene.»
Baggio rise.
«Perché ridi?»
«Così.»
La ragazza lo aiutò a infilare la maglietta dal collo. Mentre l’aveva vicina Baggio l’annusò. Aveva un buon'odore Maria.
Rise un’altra volta.
«La smetti di ridere» disse Maria, ma pareva contenta anche lei stavolta. Poi gli diede un bacio sulla guancia. 

2 commenti:

  1. Bello e scorrevole anche questo, hai messo ua pausa dopo il precedente capitolo, dominato da scene violente. Buono.
    Ci aspettiamo il sangue al prossimo :D

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  2. Daniele, le svolte saranno impreviste:-)

    grazie mille

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