martedì 30 novembre 2010

Dieci motivi per non leggere libri

Ho trovato questo post l’altro ieri e ho pensato di condividerlo e pubblicarlo anche sul mio blog. È ironico al punto giusto, e rende bene l’idea di come è  vista la lettura in Italia.  Lo lascio  come l’ho trovato nella blogosfera e linko naturalmente l'indirizzo del blog dove ho trovato la fonte.  Sono soltanto dieci consigli sul perché uno non dovrebbe leggere un libro.

1) Risparmierete soldi. Un libro costa dai 10 ai 20 euro. Chiamate un amico/a, fatevi una pizza. Magari riderete di più (certo, dipende dal libro, alcuni sono anche più divertenti della vostra solita comitiva). E soprattutto eviterete di sprecare soldi. Una magliettina con etichetta potete ridarla indietro, un libro brutto comprato per sbaglio no (si, ok, per una volta potete farlo, ma cosa ne pensa il libraio se tornate a farlo più di una volta al mese? Nelle grandi catene si segnano il vostro nome dalla prima volta che lo fate, vi assicuro)
2) Non leggete perché leggendo vi succedono cose strane, vi si sveglia il cervello e il cuore. Iniziate a notare dettagli fastidiosi in chi vi circonda, non riuscite a godervi le trasmissioni che girano mediamente in tv nel nostro Paese, inizierete a soffrire di più, come se vi foste iniettati massicce dosi di empatia nei confronti degli altri. Non si vive bene, così.
3) Risparmierete tempo. Il tempo necessario per leggere un libro. E se lo comprate on line? Approfittate per leggere l’oroscopo, che ne so, o per scrivere una frase carina su Facebook al tizio/a che vi interessa, che vi ha illuso chiedendovi l’amicizia ma non siete mai riusciti a salutare dal vivo.
4) Avrete più spazi liberi e meno disordine nella vostra camera.
5) Migliorerete la vostra cultura musicale/cinematografica (se al posto del libro comprate un cd/dvd) il vostro aspetto (investite su abbigliamento e trucco) o la vostra forma fisica (quattro libri circa vi regalano l’iscrizione da sempre rimandata alla palestra).
 6)Non leggete, soprattutto ebook, perchè vi si rovina la vista (lo dice sempre mia madre).
 7) Magari, astenendovi dal leggere per un po’, vi toglierete pure dalla faccia quell’espressione da intellettualino pesante. Non vi è mai venuta? Allora passate direttamente al punto
8) Non leggete, magari vi verrà voglia di scrivere (in genere in Italia funziona così). Non garantisco sui risultati, ovviamente.
 9) Non rimarrete delusi da chi non sa chi sia David Forster Wallace o che P.D. James è una donna. Allargherete spensierati il giro delle vostre amicizie, includendo persone che prima avete escluso dalla vostra cerchia. Sarete meno soli!
10) Non leggete: vi sentirete finalmente ‘normali’ in un Paese in cui chi legge non lo è.

lunedì 29 novembre 2010

E cosi sono volati tre mesi del mio mondo

Ho deciso, con il post di oggi, di catalogare i primi dieci articoli inerenti ai cosiddetti “Primati letterari”. Si tratta di articoli che hanno riscosso un notevole successo di visite. Con il “libro più caro del mondo” ho superato per la prima volta le 100 visite nel blog, ma sono rimasto sbalordito dal gran numero di visite ricevute con “il libro più misterioso del mondo”, ben 345 in una giornata. Naturalmente non so spiegarmi il motivo di tutto ciò: forse sono titoli che si prestano a una facile ricerca. Non lo so. In ogni caso ringrazio tutti coloro che hanno letto e commentato i post. Post che allego, nel caso qualcuno se li sia persi.

domenica 28 novembre 2010

Il terzo capitolo

Milano: anno 2030. Baggio, dopo sette mesi, torna a casa per vendicarsi del compagno della madre che lo ha cacciato. Con lui c’è Nice, un ragazzone che ha incontrato nei meandri abbandonati della metropolitana. I due, dopo una corsa in moto, si fermano sul sagrato di una basilica  poco distanti dall’abitazione. La vendetta sembra a portata di mano, ma Baggio è teso e vorrebbe intontirsi con qualcosa: teme l’incontro con la madre più della rabbia che nutre per il patrigno.  Nice, però, gli infonde coraggio e alla fine salgono al sesto piano dell’appartamento dove Baggio viveva. Con dispiacere scoprono che l’uomo che vorrebbero eliminare  è assente, ma la madre, ormai del tutto fuori di testa,  li accoglie come se quasi nulla fosse accaduto.
Noi siamo senza Dio

3

Rimasero a lungo a chiacchierare in cucina. Baggio, sazio e riposato, non distoglieva lo sguardo da sua madre. Lei ricambiava e lo adorava come una tonta, con i piatti da sciacquare ammucchiati nel lavandino. Intanto parlava. Spalancando gli occhi, disse che non aveva sonno. Poi sussurrò a Baggio che non lo avrebbe mai più lasciato. Ogni tanto le scendeva una lacrima sul viso, ma non la smetteva di chiacchierare. Aveva un tono equilibrato e gli confidò cosa aveva in mente di fare.
L’indomani, quando il suo convivente sarebbe tornato dal lavoro, avrebbe chiarito tutto. Non poteva sopportare di assistere a un altro litigio tra i suoi amori. Li avrebbe obbligati a fare la pace. Disse che i figli sono un dono di Dio e dovrebbero crescere felici ed essere amati più di ogni altra cosa al mondo.
«Lo capisci?» chiese mentre si asciugava le mani sul grembiule.
Baggio annuì senza pensare.
«Mi curerò e guarirò, ma non ti lascio scappare un’altra volta. Sarò una madre perfetta. Dovranno passare sul mio cadavere per portarti via» disse, prima di voltare di scatto il capo verso Nice. «Neppure tu andrai via» gli intimò con l’indice della mano destra.
Nice la soppesò con un’espressione stupita, ma Baggio non intervenne. Era evidente che sua madre lo stava chiedendo per mera convenienza.
Ma lei insistette. «C’è un letto nella sua camera, ci starai benissimo… però sei un po’ grosso. Forse è meglio se dormi sul divano. Ti piacerebbe dormire sul nostro divano in salotto?»
Nice alzò le spalle.
«Starai benissimo. Non saresti il primo a dormirci e ti sentirai un pascià. Sai chi è un pascià?»
Nice questa volta annuì un po’ perplesso, ma la donna continuò. «Dopo metterò delle lenzuola pulite.»  
Poi disse un sacco di altre idiozie. Raccontò quello che le passò per la mente. Per un effetto degli ansiolitici, ogni tanto si interrompeva e restava lì in fissa, come il blocco immagine di un film. Finché riprendeva le sue litanie, ma parevano più sciocchezze che cose sensate e parlava come una bimba viziata parla ai suoi bambolotti.
Disse a Baggio che un giorno lo avrebbe rimandato a scuola. Doveva andare a scuola. Era essenziale se voleva avere un futuro al giorno d’oggi. Baggio ci sapeva fare a scuola spiegò a Nice. Conosceva le capitali del mondo intero e sapeva quali fossero i problemi del clima. Anche con la matematica non scherzava. Una volta era stato premiato per come sapeva fare i conti. Un ragazzo del genere non poteva finire sotto i ponti a dormire. Gli aveva sempre dato un sacco di soddisfazioni. Disse che era un bravo ragazzo e tra qualche mese sarebbe stato un perfetto fratello maggiore.
Baggio era un figlio perfetto.
Adesso, però, era ritornato a casa e non lo avrebbe più lasciato. Aveva sofferto la sua mancanza e non voleva soffrire ancora. Baggio era la sua ragione di vita. Per l’ennesima volta disse che avrebbe sistemato tutto con il suo compagno e cercò di convincere Nice sul fatto che non era un uomo cattivo. Gli disse che doveva conoscerlo per farsi un’idea. Gli sarebbe piaciuto. Se avesse avuto tempo e voglia di aspettare l’indomani lo avrebbe incontrato. Bisognava conoscerlo per poterlo giudicare.
Poi raccontò alcune cose riguardo alla politica e al governo e a quella idiozia dell’impianto a energia solare. Disse che aveva spopolato il quartiere e che ora, con il buio, aveva paura a uscire. Era stufa di sentire l’abbaio dei cani randagi nella notte. Ma presto anche lei sarebbe andata a vivere nei nuovi centri residenziali in riva al lago come faceva la gente perbene e Baggio sarebbe andato con lei.
Continuò a parlare in maniera distratta finché di colpo s’interruppe come se dentro la sua testa fosse suonata una campana o scattato una molla. Era tardi ed era giunto il momento di andare a dormire. Ma domani avrebbero parlato ancora. Disse ai ragazzi che voleva sapere tante cose. Voleva sapere come avevano vissuto. Adesso con lei sarebbero ingrassati come oche in una fattoria. Poi si alzò e di botto dimenticò chi era e cosa stava dicendo; mollò i ragazzi, imboccò il corridoio e si chiuse nella sua camera da letto, come se all’improvviso avesse avuto a che fare con degli estranei.
Erano le tre di notte.
Baggio non disse nulla. Si era abituato a questi bizzarri comportamenti. Sua madre diceva immense sciocchezze e alla fine si addormentava come una neonata dopo una bella poppata. Non era cambiato nulla da ciò che già conosceva. La donna stava male di testa quando era scappato a Natale e la faccenda non era evoluta  in meglio. Anzi, aveva la sensazione che fosse solo peggiorata. C’era da chiedersi come poteva fare a vivere da sola in cima a un palazzo di sei piani, senza combinare disastri nello stato mentale in cui viveva. Non c’era neanche una via di fuga all’esterno. Quel bastardo aveva proprio un bel sangue freddo a lasciarla sola.
Accidenti, pensò, era davvero una rogna che non ci fosse. Comunque la faccenda era solo rimandata. Eccome! Non avrebbe avuto scrupoli a far fuori il suo patrigno  in un’altra occasione. Aveva studiato un piano per giorni e non avrebbe mandato tutto al diavolo. Sapeva come agire. Con l’aiuto di Nice nulla gli faceva paura.
Lo guardò. Pulito e con il talco addosso pareva un giovanotto pronto per andare in discoteca. Era felice che sua madre lo avesse invitato a restare e avrebbe voluto essere un tipo tosto e forte come lui. Avrebbe saputo cosa fare e non si sarebbe sentito così depresso, in quel caso. Lo guardò di nuovo.
Nice se ne accorse, sorrise e Baggio cedette. «Dài brasiamo qualcosa!» supplicò. «Abbiamo aspettato sin troppo.»
Nice si alzò, fece qualche passo in direzione della porta e si fermò appoggiandosi allo stipite. Spiò verso il corridoio.  «C’è ancora la luce accesa. Tua madre?» chiese.
«Non si accorgerà neppure.»
Nice lo guardò strano. «Sei sicuro?»
«Sì. Starà già dormendo. Dorme con la luce accesa quando è sola. Dormirà sino a domani a mezzogiorno.»
Nice annuì. Tornò vicino alla sedia. Nel mentre tolse della carta stagnola da un portafoglio che teneva nei calzoni. Dentro il portafoglio aveva un pezzo di afgano nero. Lo guardò in controluce e disse a Baggio che lo aveva recuperato il giorno prima in piazza Duomo vicino al monumento multimediale creato appositamente per le previsioni meteorologiche. Posò il fumo e l’accendino sul tavolo, poi si mise a cercare qualcosa nel pacchetto di sigarette.
Baggio lo guardò eccitato. 
«Ho perso le cartine» disse Nice.
«Scherzi?»
«Credevo di averle nel pacchetto. Non ci sono.»
«Io devo fumare!» implorò Baggio.
«Tua madre non ha nulla?»
«Non fuma la mia mamma» disse Baggio.
«Avrà qualcosa di utile?»
«Cosa?»
Nice bestemmiò ma non si perse d’animo. Con lo sguardo cercò qualcosa di utile in vista. Non smise di bestemmiare ma alla fine si alzò e afferrò una bottiglia di vetro posta sopra uno degli scaffali.  Baggio non gli tolse lo sguardo di dosso.
Nice, però, si arrangiò da solo. Ruppe la bottiglia di vetro battendola sullo spigolo del davanzale, salvandone solo il collo. Rischiò di ferirsi ma ne fece un bocchino simile a un cylon. Quando lo ebbe assestato alla meglio,  lo mostrò a Baggio.
Si spostarono in salotto e Nice posò sul tavolino ciò che aveva in mano. Si diede da fare per sciogliere l’afgano allora, scaldandolo con l’accendino. Mentre lo scaldava, lo schiacciò con il pollice. Poi mischiò il pezzo di hasciss disciolto con il tabacco di una sigaretta e, dopo aver infilato dapprima una moneta, aggiunse l’impasto nel collo della bottiglia con cura, facendo attenzione che nulla andasse perduto. Quando fu pronto per il rituale, passò ciò che restava della bottiglia a Baggio.  
Baggio si mise in posa come un asceta. L’accensione era un suo privilegio questa volta. Aveva davvero bisogno di fumare. Non si trattava soltanto di un semplice piacere questa notte. Strinse nella mano destra il collo della bottiglia, tenendolo in posizione verticale e aspirò più volte, succhiando l’aria, attraverso il pugno socchiuso. Aspirò finché vide il miscuglio colorarsi di rosso e fare fumo.
Aspirò con più forza allora e a questo punto sentì una vampata di fumo penetrare nei suoi polmoni come un’onda di marea improvvisa. Riuscì a non tossire ma quando ebbe espirato il fumo che aveva mandato dentro ed ebbe passato la pipa artigianale a Nice capì che la roba aveva già fatto effetto.
Era sballato come una pigna. Molto più euforico da come si era sentito altre volte. Sentiva di avere gli occhi gonfi e di essere strano e contento. Doveva essere roba assai buona perché lo sballo era stato quasi istantaneo o, forse, la sensazione di piacere era dovuta al fatto che non aveva mai fumato in casa sua.
Era bello fumare in casa sua. Gli pareva quasi di non essere mai andato via. Non era come stare nascosto in un parco. Era senza dubbio un’esperienza nuova.
C’erano tutti i suoi mostri, allineati sulla credenza, uno ad uno. Credeva fossero vivi. Li osservava e vedeva che lo guardavano in modo strano. Ce ne stava uno con le corna di una renna. Erano stati i soli amici per anni.
In ogni caso stava bene. Stava bene come mai lo era stato quel giorno e Nice aveva un’espressione soddisfatta che gli ricordava suo zio con i capelli corti: era quasi uguale. Uno zio che si era fatto buddista ed era scappato in India alla ricerca di una nuova dimensione di vita. Sua madre diceva che era un balordo, ma forse non era vero. Chissà se l’aveva trovata la vera vita. Chissà se era ancora vivo. Gli sarebbe piaciuto rivederlo ora. Magari era diventato un sant’uomo pieno di passione.
Chissà perché ci pensava. A volte quando era troppo fumato pensava a cose con una lucidità periscopica e non è detto che faceva bene. Non faceva bene pensare a suo zio, perché non lo avrebbe più visto. Come non avrebbe più visto suo padre. D’altra parte erano fratelli. Si mise a ridere.
«Buono» convenne Nice.
Baggio non smise di ridere. Aveva le palpebre rosse e gonfie.
«Davvero buono» ribadì Nice.
«Bisogna trovarne ancora» disse Baggio rifiatando.
«Come?»
«Barattiamo il motorino.»
Rise anche Nice adesso. «Con la faccia che ti ritrovi? A chi?»
«A Ciuenlai.»
Nice continuò a ridere per qualche secondo, poi all’improvviso smise. Tornò serio e scosse il capo. «Ci vuole qualcosa d’altro per lui ora che mi ci fai pensare» disse, poi si alzò e si guardò attorno. Guardò nella vetrina del salotto. Ci vide delle belle porcellane e una batteria di posate particolari ma non sembravano adatte a essere barattate. Si mise ad aprire i cassetti allora. «Non c’è qualcosa da portare via?» chiese. «Avrà qualche gioiello tua madre.»
Baggio alzò le spalle. Il riso si era trasformato in sorriso adesso. «Posso prendere i miei videogiochi e scambiarli. Se non basta, potrei cercare di barattare con qualcuno la Piessenove.»
«Hai una Play Station?»
«Già.»
«Una Piessenove?»
«Sì.»
«Nuova?»
«Sì.»
«Nuova quanto?»
«Dell’anno scorso.»
«Perché non me ne hai parlato?»
«Non me l’hai chiesto?»
Baggio capì che Nice stava pensando tra sé. Intuì che i pensieri erano gli stessi dei suoi. Logico. Una Play Station era un oggetto formidabile da barattare. Era piccola e quindi facilmente trasportabile. Molto meglio di una moto. Che stupido era stato a non pensarci prima. Con la moto c’era sempre il problema di  trovare del carburante. Non tutti erano in grado di farlo e presso le pompe regolari rifornirsi senza carta era un problema da non sottovalutare. Magari una moto poteva far gola a qualche gruppo organizzato con protezioni in alto.
Ciuenlai, una moto, comunque, non l’avrebbe presa volentieri. Era più balordo di loro. Inoltre si muoveva sempre a piedi. Magari si sarebbe preso la Piesse, ma con Ciuenlai, Baggio, non avrebbe barattato manco uno dei suoi vecchi fumetti.
«A cosa pensi?» chiese Nice.
«Alla PS9!»
«Anch’io ci pensavo. Potrebbe servirci. Prendila!»
«Adesso?»
«Vuoi fermarti a dormire?»
«Perché no? Non ti piace mia madre?»
Nice si alzò e lo squadrò perfido. «Vuoi che me la faccia?»
Baggio arrossì. Non gli piaceva Nice quando parlava in questo modo. Lo osservò mentre gli stava di fronte. Poi rise di nuovo. Non connetteva.
«Dobbiamo andarcene» disse Nice. «Prendiamo ciò che ci serve e andiamo via.»
«E la mia mamma?»
«Non ti vuole la tua mamma. Mettitelo in testa.»
Baggio rimase di sasso.  Non gli piaceva Nice quando cambiava umore. «Perché non dovrebbe volermi?»
«Non fare il frignone. Io capisco quando fingono di volermi. Svegliati!»
«E con il mio patrigno cosa faccio?»
«Torneremo un’altra volta» disse Nice. 
«Non hai sonno?»
«Svegliati Baggio, la tua mamma finirà per consegnarci alla polizia.» 

sabato 27 novembre 2010

Temo di essere meteoropatico, cosa fareste al mio post… o?

Questo sabato non mi piace per niente. Non riesco a concludere un post decente e ho appena cancellato due articoli nuovi di zecca che avevo preparato da giorni. Ho provato a scriverne altri, ma ho le idee confuse. Scrivo e poi cancello tutto, come se davanti avessi una lavagna da pulire in continuazione. Sono teso e nervoso  e i risultati non mi soddisfano. Non mi soddisfano al punto che penso a qualche maledizione in agguato.
Fortunatamente, per non farmi influenzare dalla giornataccia,  non ho intenzione di toccare le cose che ho preparato per la settimana. Post e  articoli che almeno sino a ieri sei mi parevano cotti puntino, con la giusta dose di ingredienti.
Si comincierà con la terza puntata del romanzo “Noi siamo senza Dio”, domani. Poi, lunedì sarà la volta di una raccolta di primati letterari. Martedì presenterò una novità che potrebbe piacervi. Mercoledì posterò la recensione di December 6 di Martin Cruz, nella versione italiana ovviamente e giovedì qualcosa di spettacolare.
Insomma, non ci sarebbe il bisogno di lamentarsi…
Invece, niente di niente. Oggi non riesco proprio a ingranare. Passano i minuti, le ore  e tutto rimane in fase di stallo. 
A volte credo che sia colpa del tempo. Non lo so. Le previsioni dicono di una portantosa nevicata che dovrebbe iniziare tra qualche ora. Il cielo, d’altra parte, si prospetta minaccioso e il freddo sembra dargli corda. In realtà sono sempre stato influenzabile dai capricci del tempo, come se fossi realmente meteoropatico, ma arrivare al punto di non riuscire ad avere un’idea per un post mi sembra eccessivo.
Comunque, così pare, anche se ho ancora un po’ di lucidità per ricordarvi  questi due concorsi:

Dedica un racconto al tuo autore preferito

venerdì 26 novembre 2010

L’ultimo post di Alex “McNab”Girola

Oggi è il compleanno di Alessandro Girola e sapete cosa faccio io? Gli dedico il post giornaliero. Quel caro ragazzo lo merita. Un po’ per l'assonanza del cognome. Ma sopratutto per la sana invidia che il suo blog mi suscita e che, naturalmente, mi stimola a fare sempre meglio ogni volta che lo visito. 
Stamattina, poi, quel "pazzoide", complice il suo anniversario, deve aver bevuto troppo, perché il racconto che ha pubblicato sul suo blog è geniale. 
Un racconto di una genialità che non può passare inosservata e quindi vi invito ad andare a leggerlo. Io l’ho già fatto e per il momento mi limito soltanto a riformulargli in miei auguri :-)

PS. Spero soltanto di aver scelto la fotografia giusta, non voglio essere punito :D 

giovedì 25 novembre 2010

Una bella forma di autodifesa per non farsi pestare i piedi

Da mesi chiedo ai vari amici blogger se sono a conoscenza di qualche aneddoto che riguarda la vita di Lansdale. Gelostellato e Daniele Imperi ne sanno qualcosa (loro, il buon Joe lo hanno visto da vicino, lo hanno pure toccato). Speravo che mi confidassero qualche piccola curiosità assolutamente originale nei suoi confronti. Non so, magari un dettaglio sul fatto  che lo scrittore porta sempre degli zoccoli ai piedi o che si profuma la pelle con un profumo che ricorda i fiumi del Texas. Oppure un piccolo tic che lo porta a fare qualche smorfia con il viso (io per esempio quando sono teso muovo in continuazione le labbra come un coniglio).
Non soddisfatto mi sono messo d’impegno, con ricerche in rete, sperando di scoprire che adora mangiare serpenti a sonagli allo spiedo e che ha diversi amici tra i Cherokee. In più ho studiato le prefazioni e le postfazioni  che si trovano nei romanzi e nelle raccolte di racconti  in mio possesso per scoprire qualcosa che esulasse dalla  sua passione sfrenata per i Bmovie.
Invece, niente. Joe è talmente un grande scrittore che sembra immune per il momento a dare un’immagine biografica fuori dalle righe.
Perciò,  alla fine, sono ricorso, accettando il suggerimento di Raffaele Serafini, a segnalare quella forma di autodifesa da lui inventata che è lo Shen Chuan “Pugno nello spirito”.  Si tratta di uno stile riconosciuto a livello internazionale e Lansdale lo ha creato fondendo Aikido e Matsukaze Budomentre.
Il creatore di Hap Collins e Leonard Pine ama queste discipline sin da quando era bambino.  Discipline apprese, a suo dire,  per affrontare i ragazzini prepotenti che frequentavano la sua stessa scuola.
Questo fatto mi ha fatto ripensare che avrei dovuto imparare anch’io qualcosa del genere a scuola. Con i ragazzini prepotenti ho sempre dovuto girare alla larga facendo leva sulla corsa, ma una volta, con un coltello puntato in mezzo allo stomaco, non ho potuto far altro che calare le braghe e consegnare soldi, orologio e catenina d’oro.
Sbaglio o sarebbe utile apprendere qualcosa di simile?

mercoledì 24 novembre 2010

250.000 euro per fare da cavia con il teletrasporto

Milano, 1 aprile 2032. Nell’ambito del progetto “Teletrasporto Quantistico Europeo”, la società “Enterprise s.p.a.”  seleziona quattro persone da usare come cavie per gli ultimi esperimenti fisici su esseri umani, prima di mettere in commercio il prodotto finale. Gli esperimenti hanno già superato brillantemente i test su cavie animali.
I soggetti, di qualsiasi sesso, razza e religione, con un’età compresa tra i  diciotto e ottant’anni potranno fare richiesta di partecipare alla selezione inserendo un semplice commento nel post suddetto. I partecipanti dovranno essere fantasiosi, ironici e non avere patologie fisiche (accettabili quelle psichiche).
La selezione si terrà a bordo di una nave da crociera il mese di agosto del 2032, avrà una durata di tre settimane e al termine della stessa saranno selezionati i quattro fortunati  vincitori, che riceveranno a titolo definitivo 250.000 euro per i rischi in cui  potrebbero incorrere in un secondo tempo. Per tutti gli altri ci sarà il rimborso totale relativo alle spese sostenute durante la crociera. Costituirà titolo di favore la conoscenza dei mitici equipaggi della serie televisiva “Star Trek”.
Astenersi perditempo.

martedì 23 novembre 2010

Con quale personaggio letterario non usciresti a cena?

Suppongo sia capitato pure a voi di essere stati invitati a qualche cena, ma di aver negato la vostra presenza dopo aver saputo quali sono gli altri commensali: colleghi di lavoro, parenti, “amici”, conoscenti…. be’ la lista è lunga. I motivi di tale comportamento possono essere diversi: si va dalla semplice antipatia del tutto ingiustificata, al fatto di provare nei confronti di tali soggetti un vero e proprio sentimento di rivalsa dovuto a qualche sgarro passato. Insomma ogni mondo è paese. La questione però mi ha sbalestrato a tal punto che in questi giorni mi sono trovato a riflettere se anche nel mondo letterario esistono personaggi che, a naso, non vorrei avere come vicini a tavola. Certo in questo caso si tratta più di un gioco che di un vero stato d’animo, ma pensando alle loro storie sono diversi coloro che eviterei. Potrei evidenziarne una decina come minimo: da certi personaggi di Hemingway  ad alcuni tizi che girano nei romanzi di Lansdale, ma dopo qualche valutazione e dopo aver scartato anche il Robert Neville di “Io sono leggenda” per la puzza d’aglio che si porta addosso, non mi resta che ammettere in tutta sincerità che l’unico vero personaggio letterario che assolutamente non vorrei incontrare a cena è il Patrick Bateman di American Psyco.
In realtà non mi ha fatto nulla e mica ho paura di essere squartato. Sotto certi aspetti provo anche una certa compassione nei suoi confronti. Ma l’idea di mettermi in ghingheri, comprare un abito firmato e magari andare a sedermi a un tavolo di novelle cousine solo per farlo contento proprio non mi va a genio. Ma più di questi dettagli sono i suoi gusti musicali a trovarmi in completo disaccordo. Sopporto a malapena Whitney Houston  e non divento matto  per Heuy Lewis and the News. Ma quando mi si racconta che i  Genesis hanno fatto il salto di qualità artistico, udite udite,  soltanto dopo l’uscita dalla band di Peter Gabriel proprio non riesco a stare al mio posto. Cercate di capirmi, io un tizio del genere potrei anche farlo fuori.

lunedì 22 novembre 2010

Il libro più misterioso del mondo.

I primati letterari continuano a susseguirsi. Oggi tocca al libro più misterioso del mondo. A fregiarsi di tale titolo è il “Manoscritto Voynich”. Il volume è al momento l’unico libro, scritto nel medioevo, non ancora decifrato. Si tratta di un’opera composta di 102 fogli per un totale di 204 pagine, alta 22 cm, larga 16 cm e spessa 4 cm. La rilegatura del libro era però fatta per 116 fogli, quindi si ritiene che almeno 14 fogli siano andati perduti. Il testo è scritto in un idioma sconosciuto, e si è calcolato che sono quasi 250.000 i caratteri che formano il misterioso testo.  Vi sono inoltre illustrate immagini di piante e di altro genere mai viste prima. Immagini che hanno però permesso agli studiosi di suddividere il volume in capitoli tematici denominati sezioni. Abbiamo così la sezione Botanica, la sezione Astronomica e Astrologica, la sezione Biologica e una sezione Farmacologia.
Un’opera inquietante e suggestiva, piena di mistero e di un certo fascino occulto.
Tuttavia, pare che  l’informatico  Richard Rogers, un anno fa, sia riuscito a decrittare il misterioso Manoscritto.

domenica 21 novembre 2010

Il secondo capitolo

Milano: anno 2030. Baggio, dopo sette mesi, torna a casa per vendicarsi del patrigno che lo ha cacciato. Con lui c’è Nice, un ragazzone che ha incontrato nei meandri abbandonati della metropolitana. I due, dopo una corsa in moto, si fermano sul sagrato di una basilica  poco distanti dall’abitazione. La vendetta sembra a portata di mano, ma Baggio è teso e vorrebbe intontirsi con qualcosa. Del fumo magari. Nice, però, lo sconsiglia mentre, del tutto incurante della situazione, gioca a calcio con una lattina vuota raccolta sulla piazza.
Noi siamo senza Dio

2

Baggio lo guardò di nuovo. Adorava Nice, e non soltanto perché sembrava molto più maturo dei suoi sedici anni. Era forte, bello e scuro di carnagione. Pesava almeno un quintale e aveva il naso gonfio, come quello di un clown, per le anfetamine e le altre porcherie che era solito sniffare. Incuteva paura, ma per lui era un altro dio al pari di suo padre.
Nice, una volta, gli aveva raccontato che viveva nel branco da quando aveva dodici anni. Non era mai più tornato a casa e non sapeva che fine avessero fatto i suoi genitori. Potevano anche essere morti, tanto a lui non importava poiché non li aveva mai amati. Era una conseguenza dovuta al fatto di essere stato adottato: d’altra parte i suoi vecchi gli erano sempre apparsi troppo anziani e dementi per essere davvero dei genitori naturali. Era scappato di casa, quando non li aveva più sopportati e, in quella fuga, gli aveva sottratto tutto l’oro e i preziosi che avevano. Per tre anni era vissuto come un nababbo, tuttavia negli ultimi tempi, pure per lui, la vita si era fatta dura.
Un’altra volta gli aveva confidato che non ricordava il suo nome reale: cioè lo ricordava, ma  non voleva essere chiamato a quel modo. Lo aveva cancellato. Nel branco lo chiamavano Nice per via di un tatuaggio – con questa scritta – che aveva impresso sulla spalla sinistra; un tatuaggio che, nelle notti estive, era sempre in prima vista, grazie alle felpe smanicate che era solito indossare. Lo aveva sin da piccolo, ma non ne conosceva il significato.
Questo appellativo, però, gli piaceva molto più del suo vero nome di battesimo. Lo considerava quasi un nome d'arte, sebbene non sapesse come si pronunciasse con esattezza. In ogni caso lui rispondeva a tutti: sia a chi lo chiamava  così come era inciso sulla sua pelle sia a chi lo scandiva all’inglese.
Baggio apparteneva alla schiera di ragazzini che usavano pronunciarlo alla prima maniera e adesso si rivolse a lui per dirgli che era pronto.
Nice lasciò perdere la lattina. «Allora possiamo andare» convenne.
Baggio sorrise. La calma di Nice gl’infondeva coraggio. Annuì e, con lui, si spostò sull’altro lato della piazza. Sembrava che le cose stessero andando per il meglio. Se  avesse potuto fumare, forse, sarebbe stato più convinto, ma andava bene lo stesso. In fondo non occorreva molto tempo. Doveva solo recitare la commedia. Venti minuti, magari qualcosa in più e avrebbe sistemato la storia nella maniera che desiderava. Ne era certo. Inquadrò il palazzo a metà isolato e si diresse verso il giardino che lo separava dalla strada. Nice lo seguì.
Attraversarono il viale porgendo attenzione alla telecamera posta all’angolo dell’incrocio. Era accesa e ruotava il monitor verso di loro alla ricerca di variazioni di calore come la lingua di un serpente. La telecamera emise un suono sordo e parve captare la presenza dei due ragazzi. Arrestò la rotazione attorno all’area. Ma si trattò di un falso allarme, perché poco dopo riprese a ruotare in maniera lenta e ossessiva. I ragazzi allora ripresero il passo, superarono il cancello, attraversarono l’aiuola e si fermarono di fronte al portone d’entrata di un palazzo ricoperto da scritte sconce.
Nice scrutò l’atrio con attenzione. «Abitano qui?» chiese.
«Stanno al sesto piano» disse Baggio.
«Ci abita qualcun altro?»
«L’anno scorso vivevano soli.»
«Staranno dormendo?»
«A mezzanotte? Lui, forse. Non la mia mamma.»
«E se non ti fanno salire?»
«Mi fanno salire. Stai tranquillo. Ma nasconditi, non vorrei che si affacciassero.»
«Mal fidenti» disse Nice sogghignando.
Baggio attese che Nice si riparasse sotto una sporgenza del palazzo in modo che non fosse possibile vederlo dall’alto, poi suonò il campanello. Non dovette aspettare molto tempo prima di sentire la voce di sua madre.
«Chi è?»
Baggio si sentì mancare: ecco perché desiderava essere drogato. Gli parve di sentire il proprio sangue gelare di colpo. In questi sei mesi di libertà, la persona che più gli era mancata era stata sua madre. Degli altri parenti e della marmaglia vicina non gli importava un fico secco, ma lei  gli era mancata veramente. Più di una volta si era trovato solo nella notte a singhiozzare pensando a lei. Forse perché a tredici anni non si era ancora uomini. Aveva temuto questo momento e ora non aveva il coraggio di rispondere.
«Allora?» udì di nuovo.
Baggio esitò qualche secondo, poi rispose trattenendo a stento il magone in gola. «Sono io.»
«Tu?»
«Io!»
«No… non…»
«Ciao mamma… puoi aprirmi?»
Il portone si aprì di colpo senza che lui chiedesse o implorasse perdono o facesse qualche altra richiesta. Lo sospinse con tutta la forza che aveva nelle spalle e lo tenne aperto invitando Nice a uscire in fretta dal suo rifugio. Entrarono e si fermarono nell’atrio del palazzo, dove una volta c’era stata la portineria.
Non ci stava più nessuno da due anni e aveva un odore stantio di muffa. Lo sgabuzzino del portinaio era coperto da un mucchio di ceste per la frutta. Adesso anche l’ascensore era fuori uso e c’era un cartello affisso, evidenziato da un piccolo segnale rosso rifrangente, che ne vietava l’uso. Sembrava messo di recente. Probabilmente era stato collocato dal suo patrigno negli ultimi mesi. Accennava a problemi di sicurezza, ma Baggio sapeva che dipendeva dalla scarsa corrente elettrica che si poteva utilizzare in questi vecchi palazzi umidi e mezzi disabitati.
«Era lui?» chiese Nice.
«No, la mia mamma» disse Baggio. «Ricordi cosa devi fare?» 
Nice toccò il manico del coltello che aveva infilato nella cinta sul fianco e annuì.
«Del porco non m’importa, ma ti prego, qualsiasi cosa succeda, non fare del male a lei.»
«Lascia fare a me.»
Baggio sospirò. «Come ti sembro?»
«Biblico, anche se non so cosa significa!»
Risalirono le scale interne del palazzo al buio. Baggio davanti, confuso e teso come una corda di violino, e Nice qualche scalino dietro di lui.  Sentirono una porta aprirsi e poi videro una luce accendersi qualche piano sopra. Poco dopo avvertirono dei passi echeggiare nella tromba.
Per Baggio fu di nuovo una tortura. Nei sei mesi passati in strada era cresciuto in fretta e aveva imparato a farsi rispettare, ma i sentimenti che dovette soffocare mentre saliva la rampa interna furono inimmaginabili. Non avrebbe mai creduto di potersi sentire in questa condizione. Ogni scalino che superava era un ricordo e ogni ricordo era legato a una carezza che aveva ricevuto oppure a un regalo o a qualcosa che nel passato lo aveva reso felice. Sapeva che non era giusto ciò che stava per fare. Sapeva che non era giusto ingannare sua madre, ma l’odio che provava per quell’uomo era vero e profondo. Era un odio che aveva nutrito, giorno dopo giorno e non solo da sei mesi.
Baggio si fermò appena scorse sua madre in attesa sul pianerottolo nella penombra in piedi. Si sentì come impietrito di colpo e non riuscì a proseguire.
Anche sua madre le parve turbata. Vedersi ricomparire un figlio dopo tanto tempo, a mezzanotte, e senza preavviso, non doveva essere un’emozione semplice da superare neppure per una donna svitata. Pure lei non riusciva a muoversi e lo guardava. Lo guardava come quando lo coccolava da bambino.
Non parlarono per qualche istante – istante che a Baggio parve eterno – poi lei disse: «Vieni avanti e fatti vedere bene.»
Baggio avanzò.
«Oh, Dio come sei cambiato. Sei secco come una cavalletta. Sembri un altro bambino.»
Baggio la guardò. Gli dava fastidio che lei lo prendesse ancora per un bambino, ma non si offese. Stava pensando ad altro e non poté fare a meno di fissarla.
Gesù era davvero bella sua madre. Magari si sbagliava ma per lui era così. Non la ricordava così graziosa e non la ricordava così giovane. Forse le mancava da troppo e troppo e troppo tempo o magari era soltanto un effetto della felicità del momento. Non poteva fare a meno di ammirarla.
Sua madre indossava un vestito a fiori rosa con le spalline sottili e una sfilza di bottoncini sul davanti. Aveva delle ciabatte estive ai piedi e portava i capelli, raccolti, sulla nuca; sembravano molto più scuri di come lui ricordava, ma forse erano solo tinti. Aveva una ciocca grigia che scendeva sulla fronte. Più che un dispiacere, però, sembrava un vezzo.
«Lasciati abbracciare» lei disse.
Baggio guardò verso la porta d’ingresso.
Sua madre intuì al volo. Sorrise. «Non avere paura, non c’è. È uscito!»
 Non c’è? Come? Baggio ritornò improvvisamente alla realtà. Questa informazione cambiava completamente la faccenda. «Dov’é finito?»
«è fuori per lavoro… tornerà domani sera. Su, vieni qua e abbracciami.»
«Perché non lo pianti?»
«Non posso.»
«è un bastardo.»
La donna rise in modo fatuo. «Non posso lasciarlo.»
«Sì che puoi.»
Sua madre si guardò il ventre dapprima, poi ci mise sopra le mani e lo accarezzò. Guardò Baggio allora.
Baggio non fece una piega. Sapeva bene come stavano le cose. «Non posso credere che ti metta le mani addosso.»
«Vieni qua e non ci pensare» disse lei, «lasciati abbracciare. Mi sei mancato tanto!»
Baggio non resistette. Pensò quasi di commuoversi, ma quella debolezza durò solo un attimo. Quando si accorse che sua madre lo stava stringendo troppo e cominciava a diventare patetica si staccò. Fece un passo indietro e si ritrasse contro la ringhiera delle scale. Non era venuto per fare una festa. Era salito con il chiaro e limpido intento di fare la pelle a una persona. Ora questa persona non c’era e questo dettaglio lo rendeva insicuro e arrabbiato.
«Che ti succede?» chiese sua madre perplessa.
Baggio non rispose. Non sapeva cosa fare in realtà. Poi sentì un rumore alle sue spalle. Lo stesso rumore sentì la donna perché scosse il capo. Il rumore veniva dalle scale.
Baggio vide sua madre guardare d’istinto verso le scale e fece lo stesso. Adesso, l’ombra di Nice si era ingigantita, come un mostro antico uscito dalla terra, nell’alone creato dalla luce sulle scale e Baggio capì che sua madre era spaventata.
«è un mio amico» disse. Fece un cenno verso Nice. «Vieni! Non serve stare nascosto. Non c’è il bastardo.»
Nice salì gli ultimi scalini. Era tranquillo come un toro  mansueto. Si mise alle spalle di Baggio, rimpicciolendo la sua ombra; rimaneva, tuttavia, quasi mezzo metro più alto.
«Che ci fai con lui?» chiese sua madre.
«Sarei morto senza il suo aiuto» disse Baggio.
La donna osservò Nice.
Baggio vide che soffermò gli occhi sul tatuaggio, ben visibile, nonostante la luce fioca presente sul pianerottolo.
«Devo ringraziarti allora»  disse la donna.
Nice alzò le spalle.
La donna scosse il capo. «Siete venuti per lui, vero?»
«Non merita di vivere» disse Baggio.
«Non essere sciocco. è il padre di tuo fratello.»
«Io non ho fratelli… io non ho nessuno» disse Baggio.
La donna scosse la testa di nuovo e sorrise. Lo guardò  con tenerezza, poi disse: «Entrate, su… Avete mangiato?»
Baggio alzò le spalle.
«Avete mangiato?» chiese di nuovo sua madre.
Baggio negò con il capo questa volta e Nice fece lo stesso. Non avevano mangiato niente da ore e avevano fame.
Avevano sempre fame e non occorreva che qualcuno li invitasse a mangiare. Per loro era un’impresa fare un pranzo decente alla settimana. Il più delle volte, la pancia la riempivano con quello che riuscivano a scroccare a qualche compagno del branco appena arrivato. Ma dopo qualche settimana erano tutti dei morti di fame nelle stesse condizioni. Perciò, più che girovagare a caso nella notte, rubare qualcosa da barattare in un secondo tempo, intontirsi di droga o alcol e arrostire bestie nei parchi deserti non facevano.
Baggio, poi, non ricordava che sapore avesse il cibo di sua madre. Sei mesi erano troppi. Era cresciuto con piatti di ogni genere, ma aveva davvero dimenticato che sapore avevano. Con le anfetamine, con la colla o con il popper non succedeva: in quei momenti la fame, a dire il vero, non la sentiva neppure. Ma spesso, specialmente quando fumava dell’hascisc, avvertiva una fame incontrollabile e gli capitava di vedere, davanti agli occhi, gli hamburger e le patatine fritte  preparati da sua madre.
A volte, era talmente allucinato che ci parlava assieme. Ci parlava assieme come se fossero cartoni animati e qualcosa di  vivo e non un semplice cibo. Come se invece del cibo avesse parlato con lei. E in quei contesti la sua mente cadeva in vortici così complessi e assurdi, che i piatti di pasta e le merendine offerti da sua madre diventavano l’unico scopo di vita, come se il futuro consistesse solamente in una cotoletta o chissà che altro. Allora immaginava di poter trascorrere il resto della vita a non fare niente se non mangiare piatti saporiti preparati da lei. Senza capricci. Felice e sicuro del futuro. Peggio di una tortura dunque e il più delle volte si addormentava con la speranza di svegliarsi davanti a una tavola imbandita di gnocchi o di bastoncini di pesce: i suoi piatti preferiti.
Adesso non poteva rifiutare un suo invito.
Entrò e si sedette in salotto sul divano in tela, vicino alla porta che dava sul balcone. Nice si sedette a fianco, mentre la donna si recò in cucina. C’era un forte odore di candeggina nella sala e un ordine bizzarro. Vide che le sue foto sulla mensola della vetrina erano state tolte e sostituite dalla miriade di mostri infantili con i quali aveva giocato.
Nice rise e non certamente per i mostri. Aveva un’aria stupidamente intimidita. Non era da lui un’espressione del genere. «Tua mamma è fulminata» disse.
«Perché?»
Sogghignò. «Cristo non vedi?»
«Non bestemmiare. Ti ammazza se ti sente.»
«Davvero è incinta?»
«Non credo. è una sua malattia. Ma non ricordo come si chiama. È colpa delle medicine che prende. Tutta colpa degli antidepressivi. Lo fa spesso. Una volta era convinta di aspettare tre gemelli.»
Nice sorrise. «Però è davvero carina» disse arrossendo. «La mia, di mamma, era una vecchia obbrobriosa. Mi vergognavo di averla.»
«Che significa obbrobriosa?»
«Brutta, credo… la tua è bella. Anzi bellissima. Credevo fosse una racchia. Fossi in te rimarrei. Potrei restare anch’io se me lo chiede, uh uh.»
Sua madre si sporse dalla cucina quasi per caso. Stava piangendo. Baggio si rese conto che presto sarebbe potuta diventare isterica. Era una matta, quella donna, con pochissimi momenti di lucidità: certe cose non era più in grado di reggerle. Probabile che non stesse neanche preparando qualcosa da mangiare.
La guardò, poi si alzò e attraverso la stanza sino all’ingresso della cucina. Aveva ragione, come aveva sospettato, sul tavolo, a parte un centrino ricamato, non c’era nulla. La donna non stava preparando niente.
Lei lo abbracciò un’altra volta e Baggio rinunciò a fare resistenza. Dopotutto era sua madre ad abbracciarlo. Cosa poteva fare: prima o dopo l’avrebbe mollato. Si incuriosì quando avvertì che lo stava annusando. Sorrise. «Cosa fai?»
«Non hai un buon odore.»
«Puzzo?»
Sua madre annuì tirando su con il naso, come avrebbe fatto una mocciosa dell’asilo con la goccia. Poi lo lasciò, ritraendosi in disparte come se qualcosa l’avesse turbata di nuovo. Dapprima si passò il palmo della mano sugli occhi per asciugare le lacrime, poi lo guardò come un ebete e rise. Rise come una persona interessata a niente. «Dovresti lavarti un poco» consigliò.
Baggio capì che era il caso di ubbidire. Non gli costava niente farla felice. Poteva lavarsi senza problemi visto che il convivente non c’era. D’altra parte lei aveva ragione: puzzava veramente. Il guaio è che c’era talmente abituato che non lo sentiva neppure l’odore che si portava in giro. Puzzava come un animale. Aveva lo stesso odore dei cani randagi che a volte mangiava e i vestiti che indossava erano saturi di sudore e puzzo di piscio.
Anche Nice puzzava e Baggio costrinse pure l’amico a entrare nella stanza da bagno. Poi si lavarono assieme riempiendo d’acqua la vasca da bagno. Si spogliarono nudi, senza nessun pudore e guazzarono felici nella vasca piena d’acqua, come avrebbero fatto dei ragazzini in riva al mare durante una vacanza. Non fu una cosa breve e si divertirono un mondo. Alla fine si riempirono di borotalco neutro e indossarono delle magliette pulite fornite dalla donna. Nice ebbe degli slip del patrigno.
Poi andarono in cucina. La donna aveva cucinato dei maccheroni. Li aveva conditi con del prosciutto cotto e del pomodoro in scatola. I ragazzi ne mangiarono due piatti a testa e bevvero un litro di cola sottomarca. Poi giocarono a fare i rutti e per un poco fu tutto più semplice.

sabato 20 novembre 2010

Curiosità di scrittori celebri: la quarta raccolta

Non so se essere felice: quaranta curiosità sono tante. Ma sono anche quaranta post e mesi di lavoro. Questo blog mi fa invecchiare quasi senza accorgermi, maledizione. Non posso fare nulla, naturalmente, se non far volare le giornate e raggruppare la quarta serie. Come al solito gli autori interessati sono di generi diversi. Magari, qualche cusiosità che li riguarda, vi è sfuggita:


Le altre raccolte:
La prima
La seconda
La terza

venerdì 19 novembre 2010

Posta la tua “dedica letteraria”

Con un commento a questo post sarà possibile, sino alla mezzanotte del 11 dicembre 2010, inserire il vostro racconto partecipante al concorso letterario “Dedica un racconto al tuo autore preferito”.  Da domani inserirò anche un banner con un link di collegamento per chi si trova a disagio a navigare nel blog. Le regole per la partecipazione le trovate nel bando seguente.
Vi prego di inserire il vostro racconto rispettando queste modalità:

Titolo del racconto (nome e cognome autore scelto.).
Racconto
Nome cognome dell’autore (voi in questo caso) con l’aggiunta, se lo desiderate del vostro nick e di un link di collegamento al vostro sito che utilizzerò, quando posterò i racconti per la fase di valutazione.

Non si può scrivere un racconto con lo stesso autore. Il primo che posta annulla i successivi.
Usate questo post soltanto per i racconti, per ulteriori chiarimenti sul concorso potete ricorrere con commenti nel post relativo al bando.

giovedì 18 novembre 2010

La curiosità per la gente

Truman Capote non è di sicuro tra i miei autori preferiti. Possiedo solo uno dei suoi libri: l’Arpa d’Erba e non lo ritengo un capolavoro come sostiene una certa critica. Anzi, leggendolo, l’ho trovato parecchio noioso e la faccenda è alquanto divertente in vista di ciò che vi apprestate a leggere. Certo ho visto parecchie volte il film “Colazione da Tiffany”, film tratto da un altro suo celebre romanzo (mai letto) e lì dentro recita uno dei miei autori preferiti: il gatto senza nome. Sotto certi punti di vista trovo adorabile anche la canzone che funge da leit motiv al film: “Moon River”. Ma ripeto, sebbene, l’autore  americano sia considerato un maestro dal talento indiscusso e un giornalista di rara bravura, io non avverto nei suoi confronti molta simpatia. Una simpatia letterale sia chiaro, al sottoscritto le descrizioni citate dalle sue biografie  che ce lo presentano  come un personaggio  amorale,  avvezzo al vizio e alla critica graffiante,  con una visione del mondo cinica e disincantata non fregano più di tanto. Tuttavia nonostante il gusto della provocazione e il sarcasmo che traspariva nei confronti del perbenismo, pare che l’autore provasse, anche  amore sincero  e un  interesse  nei confronti degli eccentrici,  della gente solo all’apparenza  comune e dei lati nascosti delle celebrità che amava privare di ogni orpello divino.
D’altronde,  come sosteneva Barbara Jill Walters, uno dei motivi per cui Truman Capote s'interessava tanto alla gente è che rifiutava di farsi annoiare dal prossimo. Se gli capitava di parlare con qualcuno che lo annoiava a morte, si domandava: «Perché questa persona mi fa sbadigliare? Perché non desta la mia curiosità.»
Così Capote cominciava a studiare le caratteristiche dell'interlocutore: i lineamenti, la pettinatura, il modo di parlare ecc. Cercava d'immaginare che cosa la persona noiosa pensava di sé stessa, quale poteva essere la  sua vita, quali fossero i suoi gusti e le sue abitudini. Per trovare risposta a questi interrogativi comincia a rivolgerle domande, e ben presto era talmente assorto in quest'indagine che non si annoiava più.
E voi come vi sentite tra la gente, vi annoiate? Avete qualche metodo particolare per non tediarvi? Vi ubriacate come faceva Ernest Hemingway o  preferite magari rifugiarvi nel mondo virtuale?

mercoledì 17 novembre 2010

Concorso “Dedica un racconto al tuo autore preferito”

Eccomi con il bando del concorso. Concorsino, direi. Si intitola “Dedica un racconto al tuo autore preferito”.  Cercherò di spiegare il progetto in pochi punti, ma suppongo che parecchi di voi hanno già le idee chiare in merito.
Il concorso consiste nello scrivere un racconto di qualsiasi genere: horror, fantascienza, satira… una storia d’amore, ciò che vi viene meglio insomma. Scrivetelo con lo stile e con la forma che più vi aggrada. Non ci sono problemi, ma tenete presente questi dettagli:
1 - Il titolo del racconto deve essere il cognome e il nome dell’autore scelto.  
2 – Il racconto non deve superare i 600 caratteri spazi inclusi.
3 – All’interno del racconto deve essere presente il cognome dell’autore che dà il titolo alla storia. Es: Prima di spararle in faccia le disse: "Era comunque ovvio che prima o poi sarebbe finita!" (Eco Umberto)
4 – Le lettere che compongono il cognome dell’autore devono essere evidenziate in qualche modo per ovvi motivi.
5 – Le lettere che identificano l’autore devono essere in testa al termine, ma non devono per forza essere parole contigue.
Es: Si alzò velocemente e prima di mezzogiorno si recò in aereoporto. Acquistò al volo un biglietto in classe economica e attraversò l'oceano sino ad Ottawa: era lì che avrebbe incontrato l'aliena contattata su facebook. (Svevo Italo)

Tempi:
Venerdì 19 novembre proporrò  un post, nei commenti del quale potete copiare il vostro racconto rispettando queste caratteristiche:
Titolo del racconto
Racconto
Nome cognome autore (voi)
Il post rimarrà a disposizione sino alla mezzanotte di lunedì 6 Dicembre mediante un banner di richiamo.
Mercoledì 8 Dicembre sarà postato un elenco con tutti i racconti in gara e sarà possibile votare 3 di questi sino alla mezzanotte di giovedì 23 dicembre 2010 (5 punti al primo, 2 il secondo, 1 al terzo – la votazione è aperta a chiunque tranne mittenti anonimi e nick sconosciuti.)
Sabato 25 dicembre 2010 sarà pubblicata la classifica finale (così quel giorno ho il post fatto e posso dedicarmi a mangiare e basta :D)

Ah, i premi? Libri naturalmente e il numero dei premiati dipenderà dai partecipanti.
Ecco, non c’è altro. Vediamo cosa succede. Questo post è in ogni modo a disposizione per chiarimenti.

martedì 16 novembre 2010

Cara e vecchia enciclopedia

Tra le cose più belle che ricordo di aver ricevuto in regalo c’è un’enciclopedia.  Dico c’è, perché la possiedo ancora. Non si trattava di un regalo fatto al sottoscritto, mio padre la comprò per me e per i miei fratelli naturalmente.  Successe parecchi anni fa. La pagò a rate se non sbaglio e quando entrò in casa ci sentimmo molto più… più e basta. 
Prima di allora non avevamo mai posseduto nulla di simile e vi confesso che questa carenza mi creava qualche problemino. Ero bravo a scuola ma ricordo che quando andavo da qualche compagno di scuola delle elementari per svolgere una ricerca o cose simili, mi sentivo sempre a disagio tutte le volte che l’amico mi metteva davanti al naso un volume di “Conoscere” o di “Sapere”.  Insomma volevo anch’io qualcosa che mi aiutasse. Ricordo pure una mia cugina, sposata e molto legata a mia mamma, che spesso ci invitava a casa sua la sera. Anche lei aveva la sua preziosa enciclopedia e io accompagnavo mia mamma soltanto per poter sfogliare per qualche ora la sua opera sugli animali. Immagino sia nata in quel periodo la mia predilezione per i serpenti velenosi.
Poi arrivò in casa quella preziosa e monumentale Enciclopedia Universale Fabbri: dodici volumi con la copertina rossa. Capii subito che si trattava di un’opera molto più professionale di quelle possedute dai miei compagni di scuola e la storia cambiò. Ero orgoglioso e felice e anche un po’ snob e devo confessarvi che negli anni mi ha aiutato moltissimo.
Ne ho acquistate altre in seguito: una favolosa sul nazismo, comprata a fascicoli  e un’altra sugli animali. Sono lì in casa ordinate e a portata di mano e fanno la loro bella figura in mezzo agli altri libri. Ma nessuna di loro batte la vecchia enciclopedia Fabbri. Nonostante gli anni continua a reggere il tempo e vi giuro che provo del rimpianto quando mi accorgo che il computer e la rete mi permettono di fare a meno di lei.

lunedì 15 novembre 2010

Il libro più strano del mondo.

Non so se sia vero, perchè non ho mai sfogliato il libro, anzi è la prima volta che ne sento parlare, ma ci sono degli esperti che ritengono il Codex  Seraphinianus dell’artista italiano Luigi Serafini  l’opera più strana che sia ma stata pubblicata.
Stiamo parlando di un libro d’arte. Un libro d’arte  senza eguali nel suo genere e piuttosto difficile da descrivere. Qualcuno la considera addirittura una parodia surreale.
L’opera, realizzata verso la fine degli anni 1970, ha nel risvolto di copertina una descrizione che classifica il Codex Seraphinianus come un libro studiato appositamente per l’era dell’informazione. Un’era in cui la codificazione e decodificazione dei messaggi assumono un ruolo sempre più rilevante nel campo della genetica, dell’informatica e della critica letteraria. In poche parole “Il Codex presenta la visione creativa del nostro tempo…” recita il testo.
Opera anticonformista, unica ed inquietante,  il  Codex Seraphinianus presenta un mondo magico e  bizzarro. È  dotata di un alfabeto proprio, seppur illeggibile, e di numerose illustrazioni prese in prestito dal mondo di quegli anni.

Dove trovarlo

domenica 14 novembre 2010

Il primo capitolo

Da oggi, inizio a postare settimanalmente, come detto in questo post,  un capitolo del romanzo “Noi siamo senza Dio”. Il motivo per cui lo faccio principalmente è dovuto all’esigenza di “finire” il lavoro. Devo farlo, altrimenti continuo ad editarlo in eterno. Spero che vi piaccia e vi diverta. Vi metto il link con la sinossi.


Questo romanzo è opera di fantasia.
Tutti i personaggi, gli episodi e i dialoghi
sono immaginari.

1

Non ritornava a casa da sette mesi. L’ultima volta era successo alla vigilia di Natale e, in quell’occasione, il convivente di sua madre gli aveva lanciato addosso un posacenere in cristallo di Boemia spesso tre centimetri. Aveva sentito il posacenere volare vicino alla sua tempia destra, sibilante come il proiettile di una catapulta romana. Per un istante aveva creduto di rimanerci, e ricordava che se non ci fosse stata subito sua madre a mettersi tra loro, quasi di sicuro, sarebbe stato massacrato di botte. Quel gesto materno, però, gli aveva permesso di sottrarsi alla violenza di quel bastardo e gli aveva concesso il tempo necessario per infilare la porta di uscita dell’appartamento e fuggire come un ladro giù nella tromba delle scale del palazzo, prima di uscire in strada nella pioggia fredda di dicembre.
Non poteva dimenticarlo perché quel Natale era stato il più brutto della sua vita. Una festa trascorsa, per puro orgoglio, piangendo e pieno di terrore, in un cunicolo torbido e sporco, infognato chissà dove tra le rotaie di una vecchia stazione metropolitana abbandonata.
Adesso, però, stava tornando.
«…?» udì.
«Eh?» chiese.
«…?»
«Parla più forte o rallenta un poco» urlò. «Non capisco un tubo.»
Baggio scorse Nice manovrare sulla manopola del gas e la moto rallentò. Poi lo vide voltare leggermente il capo verso sinistra, forse per farsi capire meglio, mantenendo, però, sempre un occhio vigile sulla strada. «Non dirmi che hai paura?» gli chiese.
«Perché dovrei avere paura?»
«Mi stai attaccato come una zecca.»
Baggio sogghignò. Aveva gli occhi lacrimanti per l’aria che la velocità gli sbatteva sulla faccia. «Questo intendevi?»
«Perché a cosa pensavi?»
«Credevo che parlassi del mio patrigno.»
Nice rallentò un altro poco,  parlò senza urlare questa volta. «Lo temi?»
«Quel figlio di puttana? Figurati! Non sai come aspetto con ansia il momento d’incontrarlo.»
«Lo conceremo per le feste.»
«Già. Non facciamolo aspettare... Accelera!»
Nice ubbidì, si curvò sulla moto e ridiede gas.
Baggio si strinse un’altra volta ai fianchi dell’amico, poi chinò la testa sulla sua schiena per assecondare il più possibile l’aerodinamica. Voleva fare in fretta. Sapeva che, se avesse dubitato anche solo un piccolo istante, avrebbe perso il coraggio per portare a termine ciò che si era prefissato e non aveva intenzione di desistere.
Così oltrepassarono veloci il crocevia di Sesto Marelli. Più avanti imboccarono il moderno viadotto sopraelevato che portava a Cinisello Balsamo e proseguirono diritti per qualche chilometro, quasi sorvolando i tetti dei palazzi. Fu come attraversare un deserto e non videro neppure un cane. Lasciarono la strada principale quando scorsero, sulla destra, il pannello blu con la freccia bianca che indicava Rondinella.
Dopo essere usciti, si fermarono – al riparo dai visori delle telecamere di sicurezza    lasciando il motorino sul sagrato della chiesa. La posarono contro una cancellata, dove soltanto alcuni anni prima c’era l’entrata principale del collegio Salesiano.
Baggio osservò la facciata della basilica con nostalgia, era l’unico edificio ancora presente della vecchia struttura: dei laboratori, degli uffici amministrativi, delle decine di campi sportivi, delle aule scolastiche non era rimasto nulla. L’intera area era stata spianata totalmente dalle ruspe per far posto a un immenso e utopistico impianto per la realizzazione di energia solare. Un progetto da folli, come aveva sentito dire una volta dal suo papà. Ora c’era ancora il cartello con le date di inizio lavori e le firme degli ingegneri responsabili, ma ormai non ci credeva più nessuno, come era logico supporre e come aveva sempre predetto suo padre.
Ma suo padre era stato un Dio, pensò prima di girarsi a  guardare Nice.
Nice aveva raccolto una lattina vuota trovata sulla piazza. La stava rigirando tra le mani. A un certo punto la posò a terra, si mise le mani sui fianchi e guardò verso il cartello. Sembrava un attaccante pronto a calciare una punizione e Baggio non gli tolse gli occhi di dosso. Gli pareva una scena divertente. Nice prese la rincorsa, fece uno scatto e calciò con violenza contro il cartello. Esultò, neanche fosse un tiro a rete, quando la lattina lo colpì in pieno.
Baggio sorrise tra sé allora. Nice lo divertiva sempre. Lo osservò andare a raccogliere la lattina da terra, poi, mentre l’amico si chinava, si voltò a studiare la fila di palazzi alle sue spalle.
Casa sua era lì. Si trovava sull’altro lato del viale, oltre la piazza e oltre i platani. Non poteva non pensarci, ed era nervoso. Era troppo tempo che non vedeva sua madre e stava dimenticando il vero motivo per cui era lì. Ma si scosse inconsciamente dal torpore quando si sentì osservato. Si voltò di scatto e notò che Nice lo stava  guardando.
«Ce l’hai?» gli chiese allora.
«Il coltello?»
«No… un po’ di brasa
«Un pezzetto» rispose Nice. Aveva raccolto di nuovo la lattina. «Ma basta appena per un giunto. Perché?»
«Così!»
«Vuoi brasare adesso?»
«Sarebbe un’idea.»
«Non è quello che ti ci vuole amico. Diventeresti buono per niente.»
Baggio assentì.
«Devi essere un bastardo e restare lucido» consigliò Nice,  «o gli sorriderai in faccia!»
Sì, devo restare perfettamente lucido, pensò Baggio, mentre distogliendo lo sguardo, udì un’altra volta la botta della lattina sul cartello di inizio lavori.
Nice aveva segnato di nuovo.

Continua domenica prossima

sabato 13 novembre 2010

Scrivi un racconto con il cognome del tuo autore preferito

Questo non è un bando. Il bando lo posto settimana prossima. Però voglio sentire cosa ne pensate, perché anch’io voglio fare il mio concorsino letterario.
No, non sbuffate. Non vi chiedo soldi: si tratta di un concorso gratuito. E non vi chiedo neppure di impegnare una settimana del vostro tempo per elaborare un romanzo.
Però una storia me la dovete scrivere. Breve breve, ma dovete scriverla. Di qualsiasi genere: horror, fantascienza,  satira. Quello che desiderate, anche una storia d’amore. Nella narrazione interna però deve esserci il cognome dell’autore che scegliete.
Una cosa del genere per esempio:

“Prima di spararle un colpo in testa, le disse: -  Era Comunque Ovvio che la nostra storia d'amore, prima o poi,  sarebbe finita". (Umberto Eco).

L’unico limite che metto è che  non deve superare i 500 caratteri, per il resto sono a vostra disposizione per i chiarimenti… Ah, dimenticavo,  in premio ci saranno dei libri naturalmente :D

venerdì 12 novembre 2010

Mac o Windows: questo è il problema

Il mio notebook non ce la fa più. Lo capisco, l’ho sfruttato per anni e adesso mi sembra nelle condizioni in cui mi trovo io certe volte: “non ci sta più dentro” se mi passate la frase. La colpa?
Principalmente la darei agli aggiornamenti del sistema operativo, perché io l’ho sempre usato soltanto per scrivere e per navigare in calme pagine web. Se escludete qualche ebook di amici, non ho mai scaricato né musica né altro (no, neanche cose pornografiche) e quindi non credo debba avercela con me tanto da lasciarmi a piedi.  
Certo l’amico resiste e non molla e di questo gli sono grato, mi rendo conto tuttavia che sia giunto il momento di mandarlo in pensione.  Una meritata pensione definitiva.
Sì, a volte mi ha fatto soffrire. Negli ultimi tempi in un modo esagerato: ho perso decine di minuti prima di trovarlo disponibile e con tempi di risposta  accettabili.
Ma ora si presenta il vero problema: con chi lo sostituisco?
Mi prendo un filibustiere con il suo background o faccio un sacrificio e assumo un maggiordomo di classe nonostante possa costare molto?
Glauco qualche mese fa aveva  lodato in un commento le caratteristiche di un Mac con Scrivener e sono più che propenso ad acquistarlo. Mi costerà un po’ di più, ovvio, ma avere in casa una macchina di altro livello di sicuro mi garantirà una condanna (quante imprecazioni in meno) più mite il giorno del giudizio. È probabile quindi che investirò in questo senso, ma ovviamente la discussione è aperta nel caso qualcuno desideri aprirmi gli occhi su altri mondi inesplorati.