martedì 31 agosto 2010

Storie di libri.

Sono sicuro che prima o dopo dovrò realizzare una bella indicizzazione dei vari lavori che ho postato in questi mesi, quindi è meglio essere previdenti e non perdere tempo: non voglio correre il rischio di perdere, nei meandri della blogosfera, qualche bel lavoretto. Se seguite il blog, vi sarete accorti che un raggruppamento simile l’ho realizzato per le “Curiosità di scrittori famosi”, ora, però è la volta dei post correlati dall’etichetta “Storie di libri”. In alcuni casi si tratta di alcuni dei post più letti e commentati e magari a qualcuno di voi sono sfuggiti. Li ripropongo.
Fatemi un cenno di assenso se li avete graditi.

All’inseguimento di un libro che non riesco a prendere
Vorrei che i gabbiani volassero via
Libri: questi sconosciuti
Hemingway collection
Il male degli ontani
Dimmi che libro leggi e ti dirò chi sei
Il primo libro non si scorda mai
Lansdale collection
Non riesco a leggere in…
Libri da duri

lunedì 30 agosto 2010

A causa di un piccolo… principe

Non so quando mi è scattata la passione della scrittura. Forse l’avevo dentro come gli anticorpi della mia mamma alla nascita. Difficile dirlo. Ricordo, comunque, che a 18 anni mi atteggiavo da scrittore, malgrado nei temi scolastici andassi sempre fuori traccia e fossi giudicato superficiale.
Non avevo una lira (non che adesso sia ricco, eh) e, non potendo permettermi macchinoni e vestiti alla moda, per sedurre le ragazze mi divertivo a fare la parte dell’artista maledetto. Suonavo il sax male, la chitarra male male e avevo scritto un romanzo di fantascienza a metà strada tra i Promessi Sposi e Guerre Stellari dal titolo pomposo e altisonante “La porta del trionfo” (dovrei averlo ancora in giro). Inventavo storie, raccontavo balle come un vero scrittore e siccome avevo davvero una bella faccia, spezzavo i cuori delle fanciulle a decine (ahahah).
Però, ero già nella seconda fase perché tutto era iniziato qualche anno prima: in quarta elementare. Allora possedevo una mia piccola biblioteca: Pinocchio, Ventimila leghe sotto i mari, Ankur il Sumero, I ragazzi delle carrera decima… e il Piccolo Principe. I primi mi affascinavano ma l’ultimo che ho citato volevo averlo scritto io. Mi aveva letteralmente plagiato e a scuola ne parlavo come se fosse la vera essenza della vita. Ho disegnato la rosa del libro e il cappello che rappresentava il boa che mangiava l’elefante chissà quante volte. Un libro magico a quell’età.
Adesso, naturalmente, non mi fa più questo effetto. Saranno decenni che non lo leggo e non ho intenzione di rileggerlo, sono troppo preso dalla lettura dei libri della concorrenza e dalla scrittura dei miei libri (una maga mi ha predetto che diventerò famoso come autore solo dopo i 55 anni però) per ritornare a sfogliare i racconti di un tempo.
Ora come ora non ho più neppure il desiderio di averlo scritto io. Forse non ci sono neppure libri che avrei voluto scrivere io. O forse no.
Magari, se proprio mi obbligassero a confessarlo, dico che avrei voluto scrivere “Cent’anni di solitudine” o “Per chi suona la campana”. Magari, però, perché non sono invidioso né di Marquez né di Hemingway.
E voi? Cosi per dire c’è qualche romanzo che, in fondo in fondo, avreste voluto scrivere (a parte il vostro, naturalmente, nel caso foste scrittori)?

domenica 29 agosto 2010

Cinque posti da sogno.

Non credo di avere davanti un anno lavorativo infernale. Ci sarà da pedalare alla grande verso febbraio del 2011. Lo stesso avverrà a maggio e giugno sempre di quell’anno, ma per il resto la situazione dovrebbe essere sotto controllo. Continuerò a fare le mie corsette sulla strada ritratta in foto. Mi farò qualche weekend al mare. Magari mi vedrò qualche partita dell’Inter allo stadio. Scriverò tutti i giorni. E leggerò tutti i giorni, più che logico.
Intanto ipotizzerò sulle prossime vacanze da fare: ipotesi che classifico in questo post.
Sono luoghi che ancora non ho visitato, tranne uno. Ma con il passare degli anni sono sempre più una fissazione per me, mete che la mia testa vuole ad ogni costo. In alcuni casi sono necessari per documentarmi riguardo a qualche romanzo in progress, in altri casi si tratta solo di capricci. Insomma. Eccoli:

1 - Yellowstone e Teton. Questi due parchi americani hanno su di me un fascino irresistibile. Per andarci avrò bisogno di un paio di mesi di tempo e forse dovrò aspettare la pensione. Ma trascorrere qualche settimana dentro un tepee Sioux o Crow, assaggiare il pemmican, cavalcare un baio con uno stetson in testa e una giacca con le frange è un sogno che porto addosso da quando ero bambino.

2 - I deserti. Qualsiasi deserto: si tratti del Sahara, del Kalahari, della Valle della Morte, del Deserto di Gibson. Non conta! L’esperienza di avventurarmi nel deserto riveste un qualcosa simile a un’iniziazione. Non so… il deserto, tramite la sua natura così dura, mi trasmette una sensazione di nulla che soltanto una vita vissuta alla giornata può concepire. E in fondo cosa ci sarebbe di meglio di una vita vissuta alla giornata.

3 – Svizzera e Tirolo. In realtà sia la Svizzera, sia il Tirolo e sia il Sud Tirolo sono zone che conosco abbastanza bene e non solo perché ho ne ho sentito parlare nel libro di Coltri La corsa selvatica”. L’anno scorso mi sono recato a Innsbruck nel periodo dell’Immacolata e probabilmente quest’anno ci farò una visita per i mercatini di Natale. Ma questi luoghi mi attraggono soprattutto per lo Jodel. So che svolge un campionato mondiale a tal proposito e anche se esiste il rischio di prendersi qualche sberla o qualche calcio nel sedere, mi piacerebbe parteciparvi. Al momento, mi sembra anche la vacanza più attuabile.

4 – Tokio. Non esiste al mondo una città del genere per me. Possiede qualcosa di fantascientifico che il Sony Center di Berlino neppure si sogna. Ne ho sentito parlare in maniera meravigliosa e qualcosa mi suggerisce che deve essere come andare su un altro pianeta.

5 – India. Non sono ancora entrato in una fase mistica, ma se per caso dovesse capitarmi so dove andare: santoni, maestri spirituali, asceti, guru, profeti, trovatemi una terra dove la spiritualità abbia una presenza così marcata. O forse ci voglio andare soltanto per il gran numero di serpenti velenosi che la pervadono, una terra quasi simile all’Australia sotto questo punto di vista (a proposito, la terra dei canguri, verrebbe subito dopo nella classifica, ma preferisco fermarmi al cinque).

sabato 28 agosto 2010

Tornare al lavoro

Appena l’altro ieri, un romantico post venato di amarezza scritto da Alex Girola (post che vi invito ad andare a leggere) mi ha messo di fronte a un problema che si presenta tutte le volte che finiscono le vacanze.
In linea di massima mi considero un privilegiato, svolgo una professione accettabile, ma essere obbligato a guadagnare la michetta attraverso un’occupazione che fatalmente toglie energie e tempo alla scrittura (racconti, romanzi o post del blog che siano) a volte è associabile a una tortura. Certo,  uno potrebbe trovarsi a svolgere un lavoro peggiore, anzi molto peggiore. La tortura per qualche persona  potrebbe essere davvero reale.
Magari potrebbe capitare di svolgere un lavoro tale e quale al  protagonista  di questo semplicissimo racconto di fantascienza dalla sfumatura ironica. L'ho scritto per sdrammatizzare uno stato d'animo naturalmente e spero che ne cogliate il senso. Non ha neppure un titolo al momento, ma se volete potete suggerirmelo.

Ritornò sull’astronave nel tardo pomeriggio e, prima di togliersi la tuta, farsi una doccia fredda e spalmarsi il corpo con una crema rinfrescante, bevve una bella birra gelata al bar, sul ponte della nave adibito a svago. Si rilassò nell’aria condizionata dell’ambiente asettico pensando al racconto che voleva scrivere in serata, poi si guardò desolato il viso abbronzato nello specchio sistemato dietro il banco. Bestemmiò un paio di volte e alla fine, a voce alta, affinché gli altri lo sentissero, disse: «Col cavolo domani torno sul sole a lavorare!»

venerdì 27 agosto 2010

Zen o non Zen

Non sono un appassionato motociclista. A dire il vero i motori, auto e moto, anche a livello sportivo non mi hanno mai preso. Forse mi intriga un po’ Valentino Rossi, adesso. Ma per il resto nisba.
Nel passato mi sono dilettato con il calcio. Ero un dribblomane, un’ala tornante mica male finché un brutto incidente mi ha trasmesso paura ed ho mollato. Da allora l’unico sport che faccio e la corsa. Corsa che continuo a fare imperterrito due o tre volte alla settimana, per mantenermi in forma si capisce: salgo e scendo dai bricchi dove abito come un camoscio.
E allora, direte voi, perché principio un post parlando di moto? Vi parlo di moto perché mi sono ricordato di aver letto “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” e mi sono detto che se in passato avessi seguito una filosofia del genere invece di essere qui a scrivere, magari sarei lì a correre sulla fascia di un campo di calcio.
Lo Zen è qualcosa che mi affascina. Quella pazienza olimpica che contraddistingue gli adepti, quella ricerca spasmodica della qualità in un qualsiasi gesto presente in dosi massicce pure nel libro che ho citato (in chiave filosofica s’intende), suscita in me, sclerato e impaziente come sono, una curiosità esagerata.
Per Robert Pirsig, tuttavia, suppongo che non sia stata soltanto una tematica che gli ha permesso di realizzare un libro iniziatico a cavallo di una motocicletta e della mente. Mi piace pensare, respirando una tale filosofia di vita, che la sicurezza di aver scritto un libro di valore non l’abbia mai scalfito neppure di fronte alle 121 lettere di rifiuto che ricevette, prima che un piccolo editore solitario gli offrisse un anticipo di tremila dollari.
Ma soprattutto, mi piace pensare, che gli abbia permesso di superare una tragedia come la morte del figlio, ucciso, poco più che ventenne, durante una rapina a San Francisco.

P. S. Ah, in tutta verità, non mi frega niente di non aver sfondato come calciatore. Dilettarmi a scrivere e a bloggare mi riempie la vita anche se non guadagno un lira (ops Euro, sono proprio rimasto indietro) e mi basta un sorriso in un commento per farmi star bene e vivere nel mio mondo: Zen o no che sia :-)

giovedì 26 agosto 2010

Il ragno sta tessendo la sua tela

Una volta finite le vacanze è così: subito a battagliare per un posto nell’albo di un bel concorso letterario. A dire il vero il racconto che ho spedito ieri, un raccontino breve breve, più che partecipare a un concorso, dovrebbe entrare a far parte di un’antologia, grazie a un progetto benefico curato dal varesino Paolo Franchini dal titolo “365 storie cattive”

Ma per il resto, accidenti, le storie e le vicende preparate o in fase di preparazione sono tutte da battaglia.

Uno di essi e già in trincea, pronto all’assalto finale, anche se in questo caso si tratta di un concorso piuttosto particolare. Consiste nella rielaborazione attraverso un altro punto di vista di una fiaba. 

Il concorso si chiama Ri-Raccontiamo e si svolge nel forum riservato di Edizioni XII ed è curato dal bravo Mario Cella. Ora siamo giunti nella fase definitiva ed entro la fine di settembre… be’ vedremo cosa succederà.
Ho scritto pure dei racconti per il concorso Nella Tela, ma in questo caso sono molto indeciso. Di uno che avevo in previsione di inviare ne avevo parlato qualche settimana fa sul blog: se ricordate ero indeciso sulla scelta nell’utilizzo della prima o della terza persona. Ho scelto la prima, grazie soprattutto ai vostri commenti, ma adesso è subentrato un racconto scritto in questi giorni e il dubbio su cosa spedire mi sta assalendo.

Sta’ a vedere che li mando tutti e due, così faccio contento Alessio Valsecchi. Magari ne propongo uno al prossimo Usam di settembre tanto per conoscere l’impatto e poi li invio entrambi: uno nella sezione racconti e uno nella sezione novelle. Anzi ne invierò tre, perché ho una bella idea per 666 passi nel delirio.

In aggiunta ci sarebbe un racconto pronto per Sogni Horror, ma i tempi in questo caso sono ancora piuttosto lontani.

Per il resto sono pronto a battermi, quindi se potete non abbiate paura a segnalarmi qualche concorso che conoscete attraverso un commento.

mercoledì 25 agosto 2010

Dalla penna alla videoscrittura

Oggi, più che parlare di libri, sollevo un problema riferito alla scrittura. Non voglio entrare in merito a problemi stilistici o blocchi dello scrittore ovviamente, ma sollevare un dilemma di ordine puramente tecnico e pratico. Questa questione nasce dal fatto che il prodotto software che utilizzo per redigere un documento mi sta procurando continui grattacapi, specialmente, quando cerco di trasformarlo in PDF.
Premetto che sono piuttosto esigente e che forse commetto un errore di fondo quando lavoro a un racconto o a un romanzo. Probabilmente se mi limitassi a digitare la storia senza badare a impaginazioni, non dovrei postare una discussione del genere; ma la necessità di vedere a video una cartella il più possibile simile a una pagina di un libro in tempo reale, mi ha portato negli anni a svolgere esperimenti di ogni tipo.
In rete naturalmente ho trovato parecchie risorse in aiuto. Vari forum di letteratura danno consigli a iosa in merito – provate per credere quello di Edizioni XII. Tuttavia, negli ultimi periodi, sto perdendo delle ore preziose per i capricci del software di videoscrittura… pagine che non mantengono lo stesso numero di righe in modo omogeneo in primis.
Ora non vi chiedo di aiutarmi a risolvere il problema. Mi basterebbe sapere quali criteri di lavoro utilizzate e di quali software di videoscrittura vi servite.
Io lavoro con Word, di solito scelgo una pagina in formato A5, ma vi giuro che rimpiango il Wordstar che utilizzavo alla fine degli anni ottanta con un m24 dell’Olivetti. Ancora di più ho nostalgia dei vecchi quaderni a quadretti sui quali scrivevo a mano. Non ho mai finito un racconto con quel sistema, ma che ordine, maledizione.

martedì 24 agosto 2010

Faulkner Collection

Parlare di Faulkner non è semplice. Si tratta di uno scrittore troppo complesso. Se devo essere sincero, la lettura dei suoi lavori mi ha sempre procurato problemi. Non posso scrivere che la sua narrativa mi sia piaciuta in toto, anche perché a fronte di pagine esaltanti, c’è sempre qualche particolare che disturba: una volta la storia, una volta lo stile, una volta la tecnica narrativa usata… Insomma un autore per nulla a portata di lettura.
Tuttavia devo ammettere che la sua scrittura possiede un fascino che prevarica il bello e il brutto: certe pagine le leggi soltanto per la musicalità che procurano e per un puro e semplice piacere estetico.
Ora, non saprei dire come e quando ho iniziato a leggerlo. Forse tutto è nato quando ho affrontato Hemingway: nelle prefazioni dei suoi libri, Fernanda Pivano faceva sempre dei riferimenti a Faulkner. Interessarmi a lui quindi deve essere stato qualcosa di automatico. E così uno dopo l’altro sono arrivato a undici: undici libri di un autore davvero particolare.

1- Palme selvagge: lo metto al primo posto. Due storie correlate tra loro raccontate utilizzando una tecnica estrosa e particolare. Un libro che trasmette uno strano calore fisico, ricco di frasi e aforismi memorabili es: “tra il dolore e il nulla sceglierò il dolore”. Un buon sistema per cominciare a leggere uno scrittore che ha influenzato McCarthy e anche Lansdale.

2 – Santuario: romanzo scabroso per qui tempi, scritto con una prosa aggrovigliata e veemente. Trasborda di pagine violente con un misto di morbosità e libidine a stento controllata. Un romanzo espresso con una potenza che evoca i miti della tragedia greca.

3 – L’urlo e il furore: ho già parlato di questo libro in un altro post. Sperimentale e molto all’avanguardia. Diviso in quattro parti, non tutte facilmente leggibili. Un’assurda storia di follia e odio, decadente e angosciata.

4 – Il borgo: un romanzo costituito in realtà da una serie di quattro storie pubblicate in precedenza e poi raggruppate in questo volume. La saga degli Snopes. Dal mio punto di vista l’impulso di “Cent’anni di solitudine” di Marquez, grande estimatore di Faulkner è nato leggendo questo libro: Eula Warner come Remedios la Bella. Un libro da cui è stato tratto il film “La lunga estate calda”.

5 – Scendi, Mosè: altri sette racconti strettamente legati tra loro. Non perdete la lettura de “l’orso” considerato dalla critica una delle letture più belle del romanziere.

6 -. Zanzare: New Orleans, anni Venti. Patricia Maurier invita a una gita di piacere su un panfilo un gruppo di artisti, intellettuali. Tra loro ci sono la tremenda nipote Pat - tipica ragazza emancipata e viziata - e la paciosa, bionda Jenny, di cui tutti gli uomini subiranno il fascino. Durante la gita, scandita dagli attacchi delle zanzare che sembrano mordere anche il lettore, ciascuno persegue le sue fissazioni, si tratti di alcool, sesso, critica sociale o letteraria. Il. finale della vicenda si svolge nei bassifondi di New Orleans, dove i protagonisti alla fine si perdono.

7 – Assalonne, Assalonne!: un libro con uno stile che scatena una prosa tracimante, iperbolica, senza freni. La dissoluzione morale di una grande famiglia del Sud diventa la dissoluzione dello stesso Sud, rappresentazione cosmica di un mondo destinato alla rovina. Un libro titanico ma estremamente difficile. Qualche critico lo considera il vertice di Faulkner.

8 – Luce d’agosto: un altro lavoro considerato memorabile dalla critica, ma per il sottoscritto troppo arduo. La mia recensione.

9 – Requiem per una monaca: un libro molto strano, incentrato sulla sofferenza di una bambinaia omicida.

10 – Non si fruga nella polvere: quasi un poliziesco, un particolare noir che si trasforma in uno dei romanzi più intriganti e complessi romanzi dell’autore.

11 – Mentre morivo: libro tragicomico, costruito attorno a una macabra storia morbosa, intrisa di miseria e di ignoranza.

lunedì 23 agosto 2010

Soltanto in questo modo salverete il mondo.

Lo immaginavo. Certe cose non bisogna farle, anzi non bisogna neppure pensarle perché il rischio che succedano davvero è sempre molto forte. E infatti è successo. Magari me lo sono soltanto sognato, è probabile, ma se così è stato, allora è stato il peggiore degli incubi.
Sono stato svegliato all’improvviso. Nel sonno mi sono sentito grattare sotto la pianta dei piedi e quando ho aperto gli occhi erano lì. Erano due. Carini, ma diversi dalla mia idea di alieni. Dovevano essere un maschio e una femmina. Ridacchiavano.
Ma cavolo che bastardi: non si può chiedere di declamare una poesia a memoria in piena notte; specialmente a uno che con le odi ha sempre avuto una specie di idiosincrasia.
Ho provato. Gli ho raccontato della nebbia agli irti colli che piovigginando sale, ma mi sono fermato lì. Ho declamato in pompa magna l'inzio di Settembre, andiamo è tempo di migrare: ora in terra d’abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e scendono verso il mare. Ma niente. Non è servito. Le ho proprio dimenticate.
Loro, allora, mi hanno guardato male. Mi hanno detto che torneranno. Mi hanno detto che invaderanno le nostre stanze da letto e dovremo essere pronti a declamare una poesia a memoria se vorremo salvare l’umanità. Non scherzavano.
Così, stamattina all’alba, mi sono messo a cercare tra i libri che possiedo i volumi dedicati alle poesie. Ne ho trovati cinque:
Foglie d'erba, di Walt Whitman.
La terra desolata, di Thomas Stearns Eliot.
Poesie di William Blake
La voce che ti devo, di Pedro Salinas
Elogio dell'Ombra, di Jorge Luis Borges
Sono libri con il testo originale a fronte che avevo acquistato qualche anno fa per approfondire l’inglese e lo spagnolo (come se in un pub o in un chirinquitos parlassero così).
Be’ non so come potrò cavarmela. Sono poesie toste, per nulla facili. Ma non possiedo nulla di poeti italiani e nulla di più semplice. Avrei preferito che mi obbligassero a scrivere un racconto.
Invece: poesie a memoria!
E voi? Come la vedete? Conoscete qualche poesia nel caso capitassero nella vostra stanza?
Si accettano suggerimenti, ovvio!:-)

domenica 22 agosto 2010

Espulso! Piantagrane.

Classificare Stanislaw Lem come un semplice autore di science fiction non è stato per nulla facile da parte della critica specializzata. Se questo sia dovuto al fatto che gli interrogativi di fondo che percorrono la sua opera siano di natura troppo filosofica e lontani da una semplice catalogazione di genere, o se il tutto dipende dalla sua natura estremamente critica nei confronti di una narrativa (specialmente quella Usa) che considerava dozzinale e sacrificata alle esigenze di un mercato quasi puerile, è difficile da valutare.
Sta di fatto, però, che Lem pensava gli autori americani fossero dei ciarlatani. Ciarlatani dai quali salvava solo Philip K. Dick, che Lem classificava come visionario.
In ogni caso la comunità americana accolse senza patemi l’autore polacco come confratello. Ma la fraternità e la complicità durò soltanto alcuni anni e si concluse quando Ursula Le Guin pubblicò il romanzo “La mano sinistra delle tenebre”; romanzo che vinse il premio Hugo.
Lem, dal piedistallo dei suoi valori etici, attaccò aspramente il libro su basi scientifiche definendolo poco credibile e il gruppo ristretto dello SFWA gli rispedì a casa la tessera onoraria. Persino Philip Dick votò contro di lui.
Lem però non si depresse e continuò con la sua opera, orientandosi maggiormente verso la saggistica, affrontando delle profonde riflessioni etiche e morali verso la società.

sabato 21 agosto 2010

Tex e un certo Lucio Lucertola mangiato dai topi

Ieri pomeriggio sul tardi, dopo aver fatto merenda, ancora in colpa per aver mangiato e bevuto troppo, mi sono recato presso un maggengo dove la mia mamma possiede una baita. Nulla di particolare: l’interno è spartano, abitabile secondo certi crismi di stampo montanaro, ma di sicuro insufficiente a soddisfare chi desidera lusso e qualità. Insomma una baita nel vero senso della parola (nella foto è l’ultima sulla destra, riconoscibile con il tetto marrone, vicino al prato).
Non ci vado spesso, ma non ci rinuncio quando posso e quando non vedo troppa gente nei dintorni. In fondo dista dal paese un mezz’oretta a piedi e non costa fatica.
Una volta sul posto, faccio un giro nelle boscaglie vicino al torrente, oppure ne approfitto per leggere qualche albo di Tex Willer. Niente, ne prendo qualche numero dalla scansia sistemata nell’unica camera da letto e vado a sedermi su qualche scalino in pietra disposto tra le baite all’ombra, e così via per un po’ di tempo con la mente in viaggio coi Navajo e compagnia bella. Se ho fame arrostisco una salsiccia sulla brace del camino e se sento sete bevo una bella birra fresca. Cose semplici.
Ieri però ero curioso.
Sarà che il posto, come dice un’etichetta del post o come dice il lancio dell’articolo in Face book, è già stato immortalato in alcuni miei racconti e quindi ogni volta mi mette davanti agli occhi qualche nuovo particolare. Oppure dipenderà dal fatto che ieri, forse troppo gonfio dal cibo e dal vino, avevo lo spirito indagatore dello scrittore al massimo. Così, visto che la baita non ha il solaio, mi sono messo a curiosare nella stalla.
Stalla una volta, da anni non ci stanno più animali, almeno quelli domestici (ratti e biacchi dal mio punto di vista ci sguazzano), tuttavia mantiene intatta la struttura di un tempo. Chiaramente è piena di cianfrusaglie e ieri mi sono permesso di aprire una vecchia cassapanca. Era piena di riviste e giornaletti degli anni ottanta e novanta, Monelli e Intrepidi, Oggi, Donna Moderna (roba di mia sorella), ma la sorpresa maggiore è stata quella di trovare un romanzo senza copertina e senza le pagine iniziali, inumidito e con parecchie pagine che parevano rosicchiate dai topi. Ho provato a sfogliarlo, ma niente. In poche parole non sono riuscito a risalire al titolo e neanche all’autore. Lo so che basterebbe fare una semplice ricerca in rete per trovare la soluzione, ma non mi divertirei. Per questo lo chiedo a voi, magari qualcuno lo conosce e sa dirmi di che libro si tratta.
Parte con un preludio a pagina undici:

“Lucio Lucertola festeggiò il suo settantesimo compleanno svegliandosi. Riteneva questo un fondamentale segreto della vita: svegliarsi e addormentarsi un numero di volte esattamente uguale”.

e finisce di netto a pag. 195 con la parola “l’Elefante”

Che dite, lo conoscete? È un libro che devo comprare in edizione integrale? O trovate più gradevole il posto in foto? A voi l’ardua sentenza!

venerdì 20 agosto 2010

Libri che si leggono al buio

Nella mania che mi ha preso di stilare classifiche riguardo ai libri che posseggo, se seguite il blog vi sarete accorti di questo particolare, non poteva mancare una hit riferita a quei testi così per dire difficili. Sono sempre impegnato a mettere a posto la mia biblioteca e quindi quando mi capita tra le mani uno di questi, fare qualche riflessione che li riguarda mi è spontanea. Ora non vi vengo a dire che siano brutti o scadenti, tutt’altro, alcuni li considero dei veri e propri capolavori, però con alcuni di essi ho impiegato anni a capirli e assimilarli, mentre con altri non ho ancora cominciato il processo. Io li elenco e, se avete il coraggio, fate le vostre di considerazioni. Le mie, naturalmente, sono del tutto soggettive ed emotive.

1 - Finnegans Wake di James Joyce: per conto mio un libro impossibile, ne ho parlato anche in altro post. Ho letto al massimo qualche paragrafo qua è là, boh… Se qualcuno lo considera un capolavoro un motivo ci sarà, ma per me è il libro da leggere al buio per eccellenza.

2 - Ulisse di James Joyce: il contrario del precedente. Un libro incredibile, pieno di tecnica, stile e fantasia. Innovativo e sperimentale, ma colto. Un lavoro che mi ha instupidito: per anni mi sono comportato come Leopold Bloom facendo incavolare amici e conoscenti. Ho impiegato mesi a leggerlo ma alla fine ne sono rimasto soddisfatto.

3 - Le onde, di Virginia Woolf, Aperto il libro. Stop. Ho letto le prime pagine, stop. Poi sono saltato in mezzo al libro. Stop. Alla fine mi sono fermato. Stop. Mi sono chiesto se l’autrice era una matta. Stop. Chiuso il libro. Passo.

4 - L'urlo e il furore di William Faulkner: narra, utilizzando soprattutto le tecniche del dialogo e dello stream of consciousness, alcuni episodi nella vita dei membri di una dei membri di una vecchia famiglia del Sud, i Compson, una volta ricca e ora in decadenza. Diviso in quattro parti. Non mi è piaciuta la terza, ma le altre esaltano il libro come assistere a una carica di cavalleria dei carabinieri a Roma.

5 - L'autunno del patriarca di Gabriel García Márquez: narra la storia di un generale-dittatore di uno stato caraibico, con uno stile di scrittura particolare, innovativo per l'epoca. L’ho affrontato dopo aver letto “Cent’anni di solitudine” e quindi non è risultato semplice, tuttavia possiede un certo fascino.

A questi lavori potrei aggiungere certe opere filosofiche: “Il tramonto dell’occidente” di Osvald Spengler in primis. Ma anche libri in teoria più semplici, come il primo “Dune” (non ho letto gli altri per lo shock) e alcuni lavori di Dos Passos e di Baricco.

giovedì 19 agosto 2010

Potrebbe anche succedere

Eccomi con la seconda parte di “Anche gli alieni a volte usano la rete”. È un racconto scritto ad agosto di due anni fa e si tratta del primo lavoro che ho pubblicato in un sito sul web. La versione che trovate nel post è molto rimaneggiata, naturalmente. Sono sparite alcune frasi artefatte ed è stato sottoposto ad ulteriore editing. Come tentativo aggiungo pure un link con la versione completa del racconto. Ma se preferite e vi siete persi la prima parte potere riprendere il post di ieri.


Anche gli alieni a volte usano la rete

Tolto
Fine

mercoledì 18 agosto 2010

In attesa di tempi migliori

Un altro racconto in attesa di tempi migliori. Non si tratta di una novità, è probabile che lo abbiate già letto da qualche parte con il titolo leggermente diverso. Lo posto ancora, suddiviso in due parti, sul blog; tuttavia, penso che verso settembre, appena avrò l’occasione di tornare in ufficio, creerò un sezione apposita dove sia possibile leggere i racconti in maniera omogenea e non spezzettata, magari in formato PDF. Per ora accontentavi di leggerli come schede di post e commentateli se lo desiderate. In fondo, un vantaggio nel pubblicarli nel post c’è: li posso ancora modificare!

Tolto


1^ parte… continua domani

martedì 17 agosto 2010

Londra chiama… ma non adesso

Londra… Canterbury continua a chiamare, ma non adesso visto che il viaggio di studio che avevo in previsione è rimandato a data da destinarsi. Può darsi a settembre, ma ritengo sia più probabile verso ottobre. Non so… Fa niente in fondo. Vuol dire che proseguirò con le mie vacanze per qualche settimana ancora. Qui, a parte il freddo di questi ultimi giorni, si sta benissimo. Si mangia bene, si beve bene, si… avete capito.

Meglio rinfrancarsi e ritemprarsi, perché l’autunno e l’inverno si preannunciano pieni di novità.

Ne approfitterò per terminare l’editing di un romanzo sul quale voglio assolutamente mettere la parola fine per Natale e per mettere a punto dei racconti che in questi giorni mi stanno nascendo in testa in maniera impressionante. Alcuni li ho terminati e sembrano anche buoni.

Per esempio il racconto che ho scritto per 365 parole, dai commenti ricevuti dalle persone a cui l’ho fatto visionare, sembra davvero eccellente. Ora mi manca la scansione della liberatoria, ma da mia mamma ho soltanto il pc con la connessione, senza stampante e senza scanner e quindi dovrò aspettare il rientro in città per inviare il tutto.

Però, sono fiducioso anche per gli altri racconti. Mi sta piacendo molto un vecchio racconto umoristico fantastico che ho rivisto e che intendo postare a settembre in Usam. 

Come, benché il filo da torcere che mi sta dando, sono ottimista con le soluzioni che sto trovando per un racconto di fantascienza piuttosto lungo. Ho scritto anche una storiella in una frase, siccome a settembre pare ci sia la 5^ Edizione del Fun Cool sul blog di Gelostellato e sto correggendo pure delle nuove schede relative ai NBK che compaiono sul sito de La Tela Nera.

Ho anche molto da leggere. Vorrei riuscire a recensire al più presto “Virus di Alessandro Canassa Vigliani e in più vorrei metabolizzare le letture di “Opera sei” e de “I ragni zingari”, anche perché a settembre ho nuovi acquisti da fare presso Edizioni XII, e preso Il Mondo Digitale Editore.

Ah, con il blog non ho problemi, sono sempre avanti con una decina di schede e, nonostante in queste settimane centrali d’agosto le visite siano piuttosto scarse, io continuo a postare… insomma il lavoro non manca, il tempo neppure e finché Londra, ehm Canterbury aspetta…

lunedì 16 agosto 2010

Basta droga

Gli aneddoti, le curiosità che ruotano attorno a William Burroughs sono innumerevoli. Ideatore della teoria del fattualismo (una sorta di realismo documentaristico), nei suoi lavori, specialmente nel suo capolavoro “Il pasto nudo”, attraverso una narrativa picaresca condita da elementi orripilanti e fantascientifici, tratta tutta una serie di problematiche. Bourroghs tocca temi come il totalitarismo, il capitalismo, il razzismo omosessuale, la tirannia psichiatrica, la guerra nucleare e il lavaggio mentale. Li descrive in modo agghiacciante, anche perché in realtà sono problematiche che ha vissuto in prima persona.
Appartenente a una famiglia Wasp, Burroughs è già in rivolta contro di essa in maniera precoce e all’età di trent’anni si ritrovò morfinomane. Entrò a far parte dei cosiddetti hipsters e sarà in questa sorta di gruppo esistenzialista che svilupperà la sua arte a metà tra genio e esperienza vissuta. Un’esperienza vissuta che lo porta a zonzo per il mondo: dal Texas a New York, da New York al Mississippi, sino al Messico dove in un terribile incidente uccise con un colpo di revolver sua moglie.
Messico che lasciò per sempre per finire dapprima a Tangeri e poi in Sudamerica da dove tornò a New York con una valigia piena di yage per legarsi strettamente a Ginsberg.
L’uso di sostanze psicotiche dopotutto è stato una costante nella vita dello scrittore; l’abuso di eroina, morfina, oppio, nembutal, codeina, benzedrina, peyotl, oltre a ogni tipo di alcol lo ha sempre accompagnato e soltanto una cura a base di apomorfina lo liberarono per sempre, dopo sei tentativi, da una schiavitù che lo aveva tenuto imprigionato per quindici anni.

domenica 15 agosto 2010

Fiesta sul mio blog

Forse, in una giornata grigia e piovosa come questa, “Fiesta” non è il libro adatto da recensire, ma se penso a un romanzo da associare con Ferragosto, non mi viene in mente altro. È un libro che ho letto e riletto in tutte le salse e, ancora oggi, a distanza di tempo, mi esalta, mi affascina e mantiene intatto tutto il suo valore. Ambientato negli anni venti, racconta in prima persona le vicende di Jack Barnes, un giornalista americano espatriato con qualche problema causato dalla guerra, che si snodano tra i locali alla moda di Parigi, i Paesi Baschi e le San Fermines di Pamplona, tra amori impossibili, toreri bellissimi ed emergenti, scrittori sempre assetati e aristocratici falliti. Un romanzo per quei tempi di palpitante attualità, pieno di personaggi irrequieti e drammatici sempre in corsa per un’illusoria felicità a volte ricercata in una sbornia clamorosa, a volte in una discussione amara e fisica. Ma il tutto senza filosofie e senza falsi moralismi, in un libro crudo e vero, degno del miglior Hemingway, con una narrazione costruita secondo i canoni introdotti da Gertrude Stein: dialoghi incisivi e narrazione suggestiva, sempre in bilico tra naturalismo e fredda cronaca.
Insomma un libro trascinante senza vie di mezzo che come conseguenza finale si adora o si detesta; come l’autore d’altra parte, simbolo di quella “generazione perduta” e ideale di una nuova generazione di scrittori giunta sino ai nostri giorni.
Ma, se appartenete a coloro che adorano il libro e l’autore, magari farete come me e non vi stancherete mai di leggerlo e forse acquisterete il romanzo anche in altre lingue, soltanto per verificare se le emozioni e la musicalità rimangono sempre preponderanti. Ma questo lo lascio decidere a voi presentandovi questo paragrafo scritto in tre versioni differenti. Io ci trovo il succo del libro e la filosofia esistenziale di Ernest Hemingway.

“Ma forse non era vero. Forse, man mano che andavi avanti, imparavi realmente qualcosa. Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cose’era.”

“Tal vez no era cierto del todo. Es posible que con el paso del los años uno pueda llegar a aprender cosas. A mì todo eso me daba igual. Lo ùnico que deseaba saber era còmo vivir mi vida. Tal vez si uno lograra aprender a vivir con todo lo que le rodea podrìa llegar a comprender el porqué de todo aquello.”

“Perhaps that wasn’t true, though. Perhaps as you went along you did learn something. I did not care what is was all about. All I wanted to know was how to live in it. Maybe if you found out how to live in it you learned from that what it was all about.”

Ah, dimenticavo: cinque stelle.

venerdì 13 agosto 2010

Libri da duri

Questo post mi è stato suggerito mentre preparavo una scheda relativa alle “Curiosità di scrittori celebri” riferita a William Burroughs. Stavo sfogliando e rileggendo “Il pasto nudo”, sperando di trovare qualche fatto peculiare riguardante l’autore e tra un paragrafo e l’altro, e tanto per rimanere in tema di classifiche, mi è nata nella testa questa personale hit di libri considerati cattivi o maledetti od osceni, o quello che volete. Insomma decidete voi quale aggettivo volete utilizzare per identificarli, sempre in base a come la pensate. Per me, i seguenti sono i romanzi più sconvolgenti che mi sono passati tra le mani, non vi dico però se nel bene o nel male. Se avete qualcosa da dire e o ne conoscete altri, il post è vostro:

1 - Bagatelle per un massacro – Louis Ferdinand Céline
2 - Tropico del cancro – Hernry Miller
3 - Il pasto nudo – William Burroughs
4 - American Psyco – Bret Easton Ellis
5 - Porci con le ali – Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera

giovedì 12 agosto 2010

Non riesco a leggere in…

Io leggo di tutto. Da sempre. Tendenzialmente privilegio leggere i libri che acquisto o che mi regalano: romanzi prima di tutto. Ma in caso di necessità leggo anche altre cose: saggi, fumetti ecc...
Mia mamma, per esempio, possiede una baita in montagna, ci vado raramente, ma è piena di albi di Tex Willer (magari farò un censimento pure di questi) e in questo periodo ci passo pomeriggi interi a leggerli. Per non parlare del parrucchiere (attenzione parrucchiere, non barbiere), mentre aspetto il mio turno, mi sparo un bel po’ di pagine tratte da riviste femminili alla moda.
Però, non sono di bocca buona. Voglio dire non è che mi trovate a leggere in piedi in una piazza, sul terrazzo di un bar o sul prato davanti a un rifugio alpino. No! Al riguardo ho tutte le mie fisse.
Di solito, quando leggo, cerco di isolarmi il più possibile. Poi, se possibile, le mie letture le faccio ad alta voce (i romanzi almeno). È un metodo che mi rilassa e che porto avanti da sempre.
Tuttavia non sempre è possibile e allora mi arrabbio, perché non riesco a essere soddisfatto se non mi concentro. E questo mi porta a essere un soggetto particolare.
Mi spiego: non riesco a leggere in treno e guardo con invidia chi riesce a farlo.
Non riesco a leggere nemmeno mentre viaggio in pullman, corro il rischio di vomitare. Ho provato a leggere in aereo ma con scarsi risultati, sono troppo attratto dell’ebbrezza del volo.
Non ho mai viaggiato in nave per poter dire cose al riguardo. Ma in auto, come passeggero, è impossibile vedermi leggere. Come è impossibile trovarmi assorto in una sala d’aspetto ferroviaria o al pronto soccorso di un ospedale. Insomma, per me, anche la lettura è una cosa seria, mica una faccenda da spiaggia e mi piacerebbe tanto sentire il vostro parere.

mercoledì 11 agosto 2010

La clessidra d'avorio, di Davide Cassia e Stefano Sampietro, a settembre in libreria

Edizioni XII annuncia l'arrivo in libreria del sesto titolo della collana Mezzanotte.
Dal 10 settembre prossimo, infatti, sarà disponibile La clessidra d'avorio, di Davide Cassia e Stefano Sampietro, che arricchirà la collana con un viaggio avventuroso attraverso i secoli, alla ricerca di un importante oggetto alchemico, chiave per poter completare la Grande Opera.
L'ermetica copertina è opera, come per quasi tutte le ultime le pubblicazioni della casa editrice lecchese, del brillante duo Diramazioni

Un raffinato nobiluomo, un affascinante dongiovanni, un giovane soldato imperiale.
E un alchimista.
Un antico diario, un arcano sepolto nei secoli, un oggetto bramato da tutti.
E una partita a scacchi.
Da una Parigi reduce dal Terrore alla Venezia e fino all’Egitto d’epoca barocca, tra una Bologna odierna e la Roma contesa tra Vaticano e Napoleone, lungo quattro secoli per una sola ricerca: quella della clessidra d’avorio.

Gli autori.

Davide Cassia: nasce a Varese nel 1970; il suo esordio nel 2001 con il romanzo noir Morte di un perdente, è autore di romanzi e racconti che spaziano dall’avventura all’umoristico, passando per l’horror e il fantasy. Esperto di videogiochi, tra il 1999 e il 2004 ha collaborato con NGI Magazine, di cui è stato caporedattore. Con Edizioni XII ha pubblicato nel 2007 il thriller Inferno 17, e ha partecipato alle antologie TaroT – Ludus Hermeticus e Corti.

Stefano Sampietro: nasce a Como il 20 febbraio 1973. Dopo la Laurea in Economia, consegue il Dottorato di Ricerca in Finanza Matematica e diviene docente a contratto presso l’Università Bocconi, prima, e presso l’Università LIUC Carlo Cattaneo, poi. Suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista di fantascienza Futuro Europa (Perseo Libri), e nell’antologia Corti di Edizioni XII. La clessidra d’avorio è il suo primo romanzo.
Il titolo sarà presto disponibile in preordine scontato presso l'eshop di Edizioni XII.

martedì 10 agosto 2010

Carne

Eccomi con la terza parte di “Un posto da gourmet”. La parte finale. Spero che vi siate divertiti a leggerlo. Io, nell’autunno di due anni fa, mi sono divertito molto a scriverlo e sebbene, con il tempo, sia stato rimaneggiato e corretto in alcuni punti (le versioni pubblicate in rete sono diverse), ci rimango sempre affezionato. Spero vi abbia suscitato qualche emozione, è lo scopo di un racconto dopotutto. Se volete potete aggiungere il vostro parere.
Io mi limito ad aggiungere i link della prima e della seconda parte nel caso li abbiate persi.



Un posto da gourmet – terza parte

tolto per pubblicazione
fine

lunedì 9 agosto 2010

Caproni e agriturismo

Come promesso ecco la seconda parte di “Un posto da gourmet”, mille parole circa. La più lunga. Domani ci sarà la parte conclusiva del racconto. Abbiate pazienza se mi rimangio sempre qualcosa, ieri ero intenzionato a suddividere anche questo post, tuttavia mi sono reso conto che non avrebbe avuto senso e così ritorno sui miei passi: tre parti come ho preventivato all'inizio. Mi auguro che vi diverta e continuate pure con i commenti se lo desiderate. Se vi siete persi la prima parte, in ogni caso, ecco qui il collegamento


tolto

2 ^ puntata... continua domani

domenica 8 agosto 2010

Scegliete il ristorante con cura

Approfitto di queste settimane di agosto in piena aria di pigrizia vacanziera per ripresentare sul blog, a puntate, alcuni miei racconti. Sono lavori che qualcuno avrà avuto già modo di leggere, visto che oltre ad aver parcipato a diversi concorsi letterari, sono presenti in rete. Il primo che presento si intitola “Un posto da gourmet” e lo suddivido in tre puntate in modo da non appesantire la lettura. Oggi posto la prima, domani la seconda e la terza martedì. Leggetelo, non vi sottrarrà tanto tempo, e se lo desiderate commentatelo, possibilmente sotto il blog affinché i commenti non vadano perduti.
Lo potete fare anche in veste anonima.

tolto
1^ puntata... continua domani

sabato 7 agosto 2010

Vent’anni da sempre e per sempre

Oggi non faccio nulla. Niente di niente. Nada, nathing, rien, tίποτα. Non penso neppure. È il mio compleanno ed è l’unico giorno dell’anno in cui da sempre non faccio un piega. Mi sono limitato a piangere il giorno in cui sono nato e forse lo farò di nuovo, se avrò qualcosa da rimpiangere, il giorno in cui dovrò andarmene, per il resto lo ripeto: res, nic… a parte questo piccolo post per il blog.
La sorte mi ha favorito buttandomi nel mondo in un periodo di solito legato alle vacanze, così nessuno non si è mai lamentato della mia lazzaronaggine. Certo non sempre l’ho fatta franca: a volte ho dovuto offrire da bere a più persone del dovuto. A volte ho sperperato dei soldi come un nababbo perché ero in ferie. Ma va bene così. Non ho di che lamentarmi, sono un tipo sobrio.
D’altra parte festeggerò in maniera sobria: un piatto di gnocchi, mostarda e salame tagliato grosso. Magari stappo una bottiglia di Barolo. Boh, vedremo.
Ah dimenticavo. Faccio vent’anni. Ho sempre vent’anni. Tutti gli anni faccio vent'anni. Da sempre. Non seguo la filosofia dell’Eterno Ritorno di Nietzsche, ma io mi sento così.

venerdì 6 agosto 2010

La sottile linea… prima di andare a letto

Ho guardato questo film di Terence Malick per l’ennesima volta l’altra sera, di rientro dopo una serata moscia a base di birra cattiva e gente nervosa (ragazza). E cosa ci vuole di meglio, in casi del genere, di un film con una carica filosofica degna di un esistenzialista? L’ho guardato tutto, usando ancora il videoregistratore (non ho questo film in DVD, purtroppo) e non ho saltato una sequenza. Però non mi sono pentito. Alla fine, dopo aver riavvolto la cassetta e averla rimessa al suo posto, sono andato a dormire per nulla impensierito dal pessimo umore che una chica capricciosa mi aveva lasciato addosso.
Non esagero se dico che per me si tratta del film più bello che ho visto negli ultimi anni. Mi attacca al video e assorbe tutte le mie energie fisiche. Che sia merito dei cori di Faurè, della poesia che aleggia continua sulle immagini il film (nonostante sia un film di guerra) o della musica ossessiva di Zimmer, mai a sproposito, non saprei dire; però, vi giuro, che “La sottile linea rossa” mi riappacifica con quello che dovrebbe essere il cinema.
A dire il vero anche il libro di James Jones lo ritengo di alto livello. Ma nelle pagine del romanzo la poesia è sostituita da una disillusione e da un cinismo che nelle due ore e quaranta del film è presente soltanto in qualche personaggio secondario. Nel libro tutto è crudo e vero come la natura che pervade il campo di battaglia e alla fine ci si rende conto che basta davvero poco per trasformarsi in una belva.
Nel film, invece, il finale tragico e, sotto certi aspetti, la disperazione e la solitudine mal celata dai vari personaggi attutiscono un poco questa brutta sensazione.
Comunque, tra film, libro e colonna sonora… be’ consiglio vivamente tutto.

giovedì 5 agosto 2010

Da una leggenda all'altra

Se qualcuno sente leggere questo incipit: “Il giorno in cui ebbe inizio la cosa, un torrido sabato d'agosto, avevo lasciato l'ufficio poco dopo mezzogiorno”, oppure questo: “Nei giorni di cielo coperto Robert Neville non era mai sicuro del tramonto del sole e capitava che loro uscissero in strada prima del suo rientro”, non è detto che riesca a risalire all’autore, ma se sente pronunciare l’explicit del secondo libro: “Io sono leggenda” , be’ è probabile che il nome di Richard Matheson gli piombi addosso come un temporale.
Un autore che grazie al  film interpretato da Will Smith è tornato in voga tra il grande pubblico. Non che ne avesse bisogno visto che Richard Matheson è sulla cresta dell’onda dagli anni cinquanta e la sua popolarità almeno tra gli addetti ai lavori non è mai scemata.
La sua attività spazia in maniera esemplare dalla narrativa alla sceneggiatura.
I suoi romanzi sono stati un best seller dietro l’altro e per quanto riguarda la sceneggiatura ha curato episodi di “Ai confini della realtà” e ha lavorato con Hitchcock. Se questo non basta aggiungiamo “Duel” di Spielberg.
Scoprire, però, che questo eclettico autore dagli anni 90 si dedica alla stesura di western, per un appassionato del genere come me, è stata una sorpresa quasi natalizia. Certo non lo fa alla maniera di Max Brand e neppure a quella di Lous L’amour visto che i critici dicono che i suoi romanzi sono tragicamente espressionisti e violenti.
Tuttavia la sorpresa, poco a poco, si è fatta delusione, perché, malgrado siano anni che li cerco come un cane da tartufo, non sono ancora riuscito a trovare una copia in Italiano di questi lavori.

mercoledì 4 agosto 2010

Blackout estivo

Oggi propongo un racconto. Un racconto breve, 2500 caratteri. Così se avete voglia di leggere, potete riempire qualche minuto della vostra giornata. Si tratta di un racconto che ho scritto una sera, qualche mese fa, a Malta. Infatti, è ambientato in un albergo a Malta. Non so se parteciperà a qualche concorso o se lo invierò a qualche sito di racconti online. Vedremo. Come da mia consuetudine ha una leggera sfumatura fantastica che spero si colga. Commentate pure senza pietà.

in pubblicazione

martedì 3 agosto 2010

Lansdale Collection

In attesa di trovare qualche curiosità che riguarda da vicino Lansdale, uno scrittore come lui ha diritto a un articolo mirato, (dovrei chiedere a Gelostellato o a Silente se sono al corrente di qualche aneddoto), posto la collezione di libri di questo autore in mio possesso. Come potete verificare dalla scheda relativa al censimento della mia biblioteca si trova al secondo posto.
In realtà devo confidare che ho conosciuto Lansdale in tempi relativamente recenti e all’inizio ero un pochino scettico sul suo effettivo valore. Adesso, però, tutte le volte che entro in una libreria, senza un obiettivo mirato, corro il rischio di uscire con qualche sua opera sottobraccio. Credo sia, tra gli autori odierni, colui che mi abbia maggiormente influenzato. Insomma senza di lui sarei ancora qui a perdermi in velleità artistoidi. Comunque questa è la classifica di merito riguardante i suoi libri, stilata affinché la possiate commentare.

1- In fondo alla palude: il capolavoro di Lansdale, per me, senza ombra di dubbio. L’ho letto diverse volte e in ogni occasione la lettura mi ha suscitato emozioni. Considerarlo un thriller è limitativo. Tom l’avrei sposata anch’io da grande

2 – Maneggiare con cura: un miscuglio di racconti di ogni genere; dall’horror alla fantascienza, dal grottesco all’umoristico, senza mai una caduta di ritmo. Tra le opere migliori di Lansdale.

3 – La notte del drive: spassoso, irriverente, geniale… questi sono alcuni termini con il quale definisco questo libro. Un esempio di come la fantasia possa invadere le pagine di un libro senza essere imbrigliata.

4 – Una stagione selvaggia: il primo libro romanzo di Hap e Leonard, i due strampalati detective creati dal genio di Lansdale, alle prese con dei soldi sporchi.

5 – Freddo a luglio: un noir grazioso e interessante, pieno di colpi di scena in un viaggio negli anfratti più cupi della psiche umana. (Mia recensione)

6 – Il lato oscuro dell’anima: un libro che fa paura, ideale per gli amanti del genere horror, con una spruzzata di thriller e azione a go go. Un condensato di sesso,violenza e panico incontrollato.

7 – Bad Chili: un’altra fantasmagorica avventura della bizzarra coppia di detective Texana. Un racconto ambiguo e balordo.

8 – Echi perditi: la vena creativa di Lansdale non possiede limiti. L’autore passa da un genere all’altro senza timori. Questo romanzo ricorda certe opere di King… che abbia qualche potere?

9 – La notte del drive in 3: inferiore al primo, tuttavia un bel girotondo in un mondo di strambe e misteriose meraviglie, comico e visivo.

10 – Sotto un cielo cremisi: sempre loro due, Harp e Leonard, contattati questa volta da un vecchio amico alle prese con alcuni trafficanti di droga che gli hanno rapito la nipote. Inferiore ai precedenti per conto mio.

11 -. In un tempo freddo e oscuro: altra antologia di racconti, ma è spietato fare un raffronto con maneggiare con cura. Non si può chiedere troppo neppure a Lansdale

12 – Fuoco nella polvere: malgrado la creatività presente, questo libro non mi è piaciuto quasi per niente. Lo possedevo pure doppio.

lunedì 2 agosto 2010

Prima o terza persona per un premio nella notte di San Lorenzo?

Ho dei dubbi riguardo a un racconto. La mia intenzione è quello di sistemarlo a dovere e iscriverlo magari per il concorso “Nella Tela” tra qualche mese o postarlo nel forum di XII per l'Usam di settembre, soltanto che non ho ancora capito se sia migliore scritto in prima o sia più elegante scritto in terza persona. È un racconto che risale a qualche anno fa e da qualche parte, nella rete, deve esserci anche una vecchia versione. L’ho completamente rivisto e riscritto negli ultimi mesi e racconta di un tipo, mollato dalla ragazza e con il lavoro in crisi, che si trova a vincere il primo premio come terrestre più sfigato dell'anno. Per chi non lo sapesse si tratta un premio che gli alieni assegnano la notte di San Lorenzo al più benemerito.
Ovviamente non vi faccio leggere il racconto intero (sono una quindicina di cartelle), ma vi propongo i primi paragrafi nelle due versioni. Non chiedetemi come fa a finire. Quello che vi chiedo e soltanto di dirmi a pelle, se è possibile, quale narratore preferite: dovete seguire l’istinto o la forza (come direbbe Obi-Wan Kenobi).
Non vi dico neppure come si intitola, perché magari andate a cercarlo in rete. Che presunzione, eh :-))

Prima Persona
Se quella sera fossi andato al campo sportivo a giocare, sarebbe cambiato tutto. Eccome. Avrei preso a calci un pallone di cuoio con qualche amico e quasi di sicuro gli eventi sarebbero stati del tutto diversi. La disgrazia, però, è che al campo non ero voluto andare; avevo optato per rimanere in casa e quella scelta era stata l’inizio delle idiozie, perché dopo un po’ pensare a lei e piangermi addosso era stato del tutto naturale.
Alla fine la soluzione che avevo trovato era stata quella di prendere una bottiglia di vino che avevo in frigo e stapparla con un colpo secco; poi ero uscito fuori sul terrazzo – quello che dava sull’orto – a tracannarla in solitaria nel crepuscolo. Mi ero mezzo ubriacato, ma era stata una soluzione per modo di dire, perché, ci crediate o no, non servì a un bel niente.
Maledizione! Era trascorso solo un mese da quando mi aveva mollato e ancora non lo avevo accettato. Mi pareva la cosa più ingiusta della terra. Non lo so… Fossi stato una carogna o l’avessi tradita con qualche sua amica, avrei potuto comprenderlo e farmene magari una ragione. Ma ero sempre stato un uomo onesto e dabbene con lei e non meritavo, adesso, di essere lì a torturarmi come un cetaceo spiaggiato.

Terza persona
Se quella sera fosse andato al campo sportivo a giocare, sarebbe cambiato tutto. Avrebbe preso a calci un pallone di cuoio con qualche amico e quasi di sicuro gli eventi sarebbero stati del tutto diversi. La disgrazia, però, è che al campo non era voluto andare; aveva optato per rimanere in casa e quella scelta era stata l’inizio delle idiozie, perché dopo un po’ pensare a lei e piangersi addosso era stato del tutto naturale.
Alla fine la soluzione che aveva trovato era stata quella di prendere una bottiglia di vino che aveva in frigo e stapparla con un colpo secco; quindi era uscito fuori sul terrazzo – quello che dava sull’orto – a tracannarla in solitaria nel crepuscolo. Si era mezzo ubriacato, ma era stata una soluzione per modo di dire, perché non era cambiato nulla e lei viveva ancora ossessiva nella sua mente.
Non c'era niente da fare. Era trascorso soltanto un mese da quando lo aveva lasciato e lui non lo aveva ancora accettato. Gli sembrava la cosa più ingiusta della terra. Ora se fosse stato una carogna o l’avesse tradita con qualche sua amica, avrebbe potuto comprenderlo e farsene magari una ragione. Ma era sempre stato un uomo onesto e dabbene con lei e non meritava di essere lì a torturarsi come un cetaceo spiaggiato.

domenica 1 agosto 2010

Luce d’agosto sul mio blog.

Eccomi qua, per la serie “Un calendario molto particolare” mi sono scelto “Luce d’agosto” di William Faulkner e partiamo con lo scrivere che recensire un romanzo del genere non è per nulla semplice. Credo che si tratti del libro più complesso dell’autore. I motivi sono molteplici.
La storia, prima di tutto, assai diversa dalle altre opere dell’autore. Se Faulkner solitamente utilizza la natura; la potenza e lo sfavillio delle forze naturali per fa muovere i suoi personaggi e impalcare epopee leggendarie e mitiche, in questo caso i parametri sono del tutto ribaltati. In luce d’agosto non ci sono le inondazioni, non c'è l’aria calda, immota e afosa del sud degli Stati Uniti a dominare la scena; no, in questa storia i protagonisti si muovono senza il bisogno di corollari naturali preponderanti.
I personaggi, in questa storia, sono condotti a Jefferson, nella contea di Yoknapatawpha, dalla sorte: Joe Christmas, un "negro" dalla pelle chiara; Lena Grove, una giovane donna incinta arrivata con mezzi di fortuna dall'Alabama alla ricerca del padre fuggitivo del bambino che sta per nascere e Gail Hightower, un pastore precipitato nel ruolo di disperato dopo il suicidio della moglie.
I tre hanno seguito un destino diverso ma avranno ognuno un ruolo importante nell'esplosione di violenza che segue l'assassinio di Joanna Burden, ultima componente di una famiglia di abolizionisti uscita distrutta dallo scontro con i notabili locali.
Una storia di razzismo, dunque, costruita su un impianto da tragedia classica, quasi Shakespeariana, contrassegnata da frasi da epigrafe, es.: "La memoria crede prima che la conoscenza ricordi" e un linguaggio che stranamente (un altro motivo relativo alla complessità del libro) e più sobrio e limpido di quello utilizzato dall’autore negli altri romanzi.
Mancano le triplette di aggettivi associate a un sostantivo, mancano i lunghi monologhi. Mancani i paragrafi infiniti. Mancano i personaggi caricaturali ed esagerati che hanno influenzato pesantemente la narrativa di altri grandi autori (Marquez in primis). Anche lo sperimentalismo è molto più controllato.
Insomma con semplicità e leggerezza, Faulkner mostra ai quattro venti verità inimmaginabili sulla vita e sulla natura degli uomini e delle donne, sentenziando micidiali pareri su una società (quella compresa tra le due guerre) impregnata da radici oscure difficili da estirpare.

Scheda libro