giovedì 29 aprile 2010

Il buono, il brutto… e Stephen King


Bijou era il nome di una sala cinematografica di Bangor, una tranquilla cittadina del Maine dove non succedeva nulla o quasi. Una sala cinematografica che un giovane Stephen King era solito frequentare per assistere a decine di pellicole horror, fantascientifiche, noir e western. Un King ventiduenne, trasandato come un hippie e con la barba incolta già segnata da qualche pelo grigio dovuto alle troppe sigarette fumate, ma già allora con un immaginario fantastico nella mente che lo avrebbe trasformato nel più grande narratore di incubi del nostro tempo.
Fu proprio in questa sala fumosa e per l’occasione semideserta, comunque, che lo scrittore, seduto in poltrona, scoprì lo scenario west assurdamente maestoso de “Il buono, il brutto, il cattivo” di Sergio Leone.
Una visione che gli provocò uno shock.
Il film scatenò la fervida fantasia dell’aspirante scrittore, al punto da fargli frullare un’idea bizzarra e originale nel cervello: unire in un'unica trama generi diversi come il fantasy magico di Tolkien (in quel periodo stava leggendo “Il Signore degli Anelli”) e lo spaghetti western minimalistico di Leone.
Un sogno che è riuscito a coronare qualche anno dopo, con il progetto della celebre saga de “La Torre Nera”.

mercoledì 28 aprile 2010

Vengo da parte di Pepe Carvalho


Qualche giorno fa, rispondendo in FB a un commento di Simone Lega, uno tra gli scrittori emergenti che più adoro, (provate a leggere “I Monacheddi” racconto vincitore del concorso Usam Showdown 2010 svolto sul forum di Edizioni XII per farvene un’idea) gli avevo scritto che avrei proseguito con delle schede riguardanti le curiosità di scrittori celebri parlando di Hemingway, King, Melville e Fredric Brown. Ovvero questa era la scaletta che avevo in mente.
Le cose che accadono, però, sono talmente tante e veloci che mi sono visto costretto a migrare verso autori imprevisti. Mi rendo condo che posso apparire bugiardo comportandomi in un modo del genere, ma mica è colpa mia; se accade che uno deve recarsi a Barcellona, può forse evitare di parlare di Manuel Vázquez Montalbán?
Lo scrittore, nato a Barcellona il 14 luglio 1939 e morto a Bangkok il 18 ottobre 2003, saggista, poeta e giornalista, vincitore di svariati premi nazionali e internazionali, oltre a essere un grande fan di Vasco Pratolini (cosa che può far piacere a noi Italiani) e stato pure un gastronomo di alto livello.
Lui e il detective Pepe Carvalho, suo alter ego usato in molti romanzi, grazie alla loro passione culinaria, sono entrati a far parte in pianta stabile di una commedia umana che non cessa di esistere neppure adesso che l’autore è scomparso. D’altronde Barcellona vive ancora, in un modo o nell’altro, in loro due, e non esiste un Catalano appassionato di letteratura che non ne parli in maniera entusiastica e campanilistica.
Ora, siccome settimana prossima, come ho scritto, vi debbo andare per lavoro, non mi esulerò dal fatto di fare una “ronda” dei suoi luoghi prediletti. In realtà devo confessarvi che Barcellona la conosco abbastanza bene, essendoci stato decine di volte. Ho assistito al ballo della Sardana la domenica mattina dopo la Messa Grande sulla piazza della Cattedrale e sono entrato, grazie agli spettacoli di mio fratello, nei teatri più belli della città. Ho frequentato locali alla moda e ho mangiato in ristoranti deliziosi nella zona del Porto Olimpico. Tuttavia devo ammettere che non conosco i luoghi dedicati a Montalban, come non conosco il ristorante di Casa Leopoldo, uno dei posti più rappresentativi di Carvalho e del suo ideatore, considerato tra i migliori della città e della Spagna. Si trova al numero 23 di San Rafael Street e mi sa che devo proprio trovare il tempo per andarci, anche perché voglio vedere davvero se basta dire: "Vengo da parte di Pepe Carvalho" per ottenere tutto ciò che si desidera.

domenica 25 aprile 2010

Il bambino che è in noi


Volete sapere se passerete alla storia? Desiderate conoscere il vostro futuro senza ascoltare le profezie di santoni, di maghi o peggio ancora di ciarlatani? Non occorre che vi scervellate più di tanto. Chiedete. Chiedete senza paura. Chiedete ai vostri genitori come eravate da bambini. O meglio ancora chiedetelo ai vostri nonni. Loro sanno tutto. Ciò che hanno pensato di voi allora potrebbe aver determinato la vostra strada. Eccome! Chi ci ama difficilmente sbaglia nel giudicarci.
Non ci credete? Pensate che stia scrivendo delle idiozie? Chiedetelo al nonno di Ernest Hemingway. Quell’uomo intravide il grande futuro del nipote molto prima di biografi o approfittatori del suo successo.
Il Jack Barnes di Fiesta, il Frederic Henry di Addio alle armi, il Robert Jordan di Per chi suona la campana, il Nick Adams di Grande fiume dai due cuori, o più semplicemente il grande maestro della Lost Generation, Premio Pulitzer nel 1953 e Premio Nobel nel 1954 era un predestinato e suo nonno lo capì benissimo.
Il vecchio non dovette conoscere tutti i pettegolezzi sul conto del nipote per capirlo. Non dovette frequentare le donne innamorate che gli regalavano polli e tacchini soltanto per poter stare un poco con suo nipote; come non dovette vederlo in piedi davanti a una macchina da scrivere con una bottiglia di Amarone sul comodino. Non dovette neppure assistere a qualche suo irriverente e discutibile encierro a Pamplona per sapere che era destinato alla leggenda. Per nulla! Non lo pensò neppure quando lo vide ritornare su una nave, eroe di guerra. Lo capì molto, molto prima.
Il nonno materno, infatti,aveva scommesso sul ragazzino il giorno in cui tornando da scuola all’età di sei anni gli aveva sentito dire di aver fermato un cavallo in corsa. Non aveva dubitato davanti alle parole del bambino; aveva sorriso e poi si era limitato a suggerirgli che se avesse usato la sua immaginazione per buoni motivi sarebbe diventato qualcuno. Non sbagliò.
Quindi abbiate fiducia e non abbiate timore a chiedere chi e come eravate da bambini.
Magari anche voi avete un posto nella storia.

sabato 24 aprile 2010

Chi sono e da dove vengo


Avevo in progetto di continuare questa serie di aneddoti con Ernest Hemingway, ma il bravo Gelostellato, indovinando l’incipit di Fight Club, mi obbliga a dire alcune cose riguardo a questo geniale autore.
Charles Michael "Chuck" Palahniuk (Pasco, 21 febbraio 1962) è ormai riconosciuto come un autore di culto; i suoi libri, i suoi romanzi, ti spaccano e ti distruggono mentre li stai leggendo, e ti distruggono e ti spaccano una volta che hai finito di leggerli.
Fight Club, non si sottrae a questo meccanismo, si tratta di un libro tra il sadico e il noir, ed è il primo romanzo che l’autore ha pubblicato. È uscito nel 1996 e parla di quella violenza, anarchia e angoscia che investe la Generation X.
In realtà il primo romanzo che Palahniuk ha scritto è Invisible Monsters, ma Fight Club è il primo a uscire in stampa.
Ripeto uscì nel 1996 e quando l’editore americano, notando la curiosità che si creò attorno al libro, fiutò il successo, per aumentare le attese non rivelò né l’età né l’etnia di appartenenza di questo autore così bravo e dal nome così particolare.

giovedì 22 aprile 2010

Indovina i romanzi dagli incipit 2… e poi ci sarà il 3, il 4


Volevo attendere qualche mese prima di proporre un’altra tenzone e approfittare per parlavi un po’ del Barone Rosso e di battaglie aeree, o di Molti Trofei e Coltello Insanguinato; oppure delle fregature al contrario che ho ricevuto in questi giorni: pizze in pizzeria al costo di produzione, happy hours a prezzi stracciati. Ma siccome mi sono stati regalati dei libri, sono obbligato a suggerire di nuovo degli incipit per sbarazzarmi almeno dei romanzi doppi. Purtroppo è così: se non me ne libero di qualcuno, tra un po’ di tempo non entro più in casa e mica posso fare un falò come il personaggio di qualche post precedente? Quindi eccoli:

1 - Fra l’azzurro intenso del cielo e il verde del mare , la nave, verde-gialla, ostenta i colori nazionali. Le tre del pomeriggio. Aria immobile. Caldo. In coperta…

2 - Tyler mi trova un posto da cameriere, dopodiché c’è Tyler che mi caccia una pistola in bocca e mi dice che il primo passo per la vita eterna è che devi morire. Per molto tempo però io e Tyler siamo stati…

3 - Stavano a Le Grau du Roi allora e l’albergo dava su un canale che da Aigues Mortes cintata di mura scorreva dritto sino al mare. Potevano vedere le torri di Aiguas Mortes di là dalla bassa pianura della Camarque e vi si recavano…

Il primo che indovina tutti e tre i romanzi si porta a casa un libro (tra quelli di cui mi devo sbarazzare). Non abbiate fretta. Prendetevi il tempo che volete. Commentate, chiedete. Se la faccenda si presenta difficile vi darò qualche aiutino.
Be’, buona lettura e buon divertimento.

martedì 20 aprile 2010

Gli avvoltoi e i fantasmi di Gaiman


Nelle avvertenze per i viaggiatori-lettori inserite nelle prime pagine del romanzo American Gods (libro vincitore del Premio Bram Stoker nel 2001 e dei premi Nebula e Hugo nel 2002), Neil Gaiman scrive che, pur trattandosi di un lavoro di narrativa, molti luoghi descritti sono reali e per nulla frutto di fantasia. D’altronde l’autore per eseguire questo lavoro ha impiegato un sacco di tempo, ha fatto un lungo viaggio in Europa e negli States e lo ha reso debitore con un numero imprecisato di persone. Chi per un motivo, chi per l’altro.
Degno di nota è il caso di una certa signora Hawley che gli ha prestato la casa in Florida per scrivere la prima stesura del romanzo, e in secondo tempo anche la casa in Irlanda affinché Neil lo redigesse definitivamente. Sembra che non ci sono questioni di affitto in ballo, ma lo scrittore in Florida doveva spaventare e scacciare gli avvoltoi che gironzolavano attorno alla casa, mentre in Irlanda aveva il dovere di non spaventare e di non scacciare i fantasmi che infestavano il cottage.

lunedì 19 aprile 2010

Uno scheletro di tremila ossicini.


Scheletri.com è il primo sito letterario che ho incontrato (a settembre sono due anni) quando mi sono deciso a postare qualche mio racconto in rete. Mi ero sempre dedicato alla scrittura di romanzi e non credevo che con qualche racconto abbozzato al momento potessi essere preso in considerazione. Invece: commenti, consigli, tirate di orecchie di quelle sane e via di seguito.
Posso dire che da allora la mia vita è un po’ cambiata, in meglio. Adesso sono molto più stimolato e grazie a Scheletri ho conosciuto altri portali, davvero accattivanti e propositivi, dedicati a un certo genere di narrativa: Edizioni XII e La Tela Nera. Non posso neanche escludere i bravi scrittori che ho potuto conoscere e apprezzare attraverso il forum e qualche bloggerista originale e di talento di cui preferisco non fare il nome perché il “gelo” e il freddo, dopo un inverno simile, non mi piacciono troppo.
Ora sono molto felice di vedere il bando del concorso nella home page del sito, e auguro ad Alessandro Balestra un successo senza precedenti.
E io? Io parteciperò, ovvio, mi sono già iscritto all’evento su Face Book e non posso tirarmi indietro.

2a EDIZIONE DEL CONCORSO DI NARRATIVA HORROR ORGANIZZATO DA SCHELETRI.COM

domenica 18 aprile 2010

Tutta colpa del vulcano sul ghiacciaio Eyjafjallajökull


Potrei dire poco male; al termine, infatti, mi è rimasto più tempo per “lavorare” e visto che quello non manca, diamoci dentro. Ho la recensione de “La corsa selvatica” di Riccardo Coltri da completare e siccome ho intenzione di postarla sul blog a breve devo correggerla e sistemarla. Ho un paio di racconti a cui devo lucidare l’armatura prima di mandarli a morire nell’arena del Circo Massimo MMX di Edizioni XII. Ho anche alcune nuove storie da portare avanti. Insomma le cose da fare non sono poche… ripeto poco male in conclusione.
Però che barba queste calamità. Neanche fosse in arrivo davvero qualcosa di sinistro (il 2012 è qui). Già vi ho messo al corrente del fatto che all’inizio del mese una frana mi ha confinato in un paese alla fine del mondo, isolandomi come un derelitto. E adesso? Adesso questo vulcano che mi manda all’inferno una bella e romantica cena al lume di candela. Proprio una disdetta. Ero eccitato all’idea, perché la ragazza non la conoscevo. L’ho incontrata in chat, su FB: era rimasta incantata dal mio profilo da serpente. Mi ha tormentato più di una settimana per potermi incontrare. La cosa strana è che offriva lei addirittura: cena in un bel locale e chissà che altro. Come potevo rifiutare?.
Ho accettato. Ma ieri sera, mezz’ora prima di uscire, dopo che mi ero già inghingherato come un gigolò mittleuropeo, la sorpresa: il fumo di questo stronzo di vulcano ha avvolto l’atmosfera e cosa succede? La sua astronave non può passare e l’incontro, per ora, me lo devo soltanto immaginare.

venerdì 16 aprile 2010

Le levatacce di Elmore Leonard


Chissà se Alfredo Mogavero, l’autore di Six Shots, opera weird western edita da pochi giorni presso Edizioni XII, si alza all’alba per scrivere le sue storie o preferisce fare le nottate davanti al computer? Non lo so. Si tratta di una curiosità che vorrei levarmi e spero, un giorno, di poterlo conoscere di persona e chiederglielo direttamente.
Di certo, questo non è un assillo che può procurarmi Elmore Leonard, in primis firma di culto per gli appassionati del noir con opere quali Dissolvenza in nero, Il grande salto e Get Shorty, ma anche grande autore di racconti western che il bravissimo Alfredo mi ha ricordato leggendo il suo libro. Per fortuna non ho affatto bisogno di incontrare l’autore di Quel treno per Yuma o di Arriva Valdez per togliermi questa curiosità. No. Lui si alzava alle cinque del mattino. Se voleva scrivere narrativa, si rese conto che l’unica era alzarsi a quell’ora. E mica era facile farlo: suonava la sveglia e lui si girava dall’altra parte del letto. Alla fine, però, si faceva forza; si alzava, se ne andava in soggiorno, si sedeva al tavolo della colazione con una risma di carta gialla e tentava di scrivere due pagine. Aveva stabilito una regola, ovvero prima di buttare sul fuoco l’acqua per un corroborante caffè, doveva assolutamente aver buttato giù qualcosa, anche solo una riga. “Prima la storia, poi il caffè”. La faccenda deve essere funzionata a quanto pare, perché questo speciale training è durato dal 1951, anno di La pista Apache, al 1994 e gli ha consentito un grande successo.

giovedì 15 aprile 2010

Il vizio di bruciare libri


Forse non tutti sanno che Ray Bradbury, nato a Waukegan nell’Illinois il 22 agosto 1920, autore di racconti e romanzi di genere fantascientifico spesso considerati di stampo sociologico e creatore, tra l’altro, di antologie epiche come Cronache marziane o libri leggendari al pari di Fahrenheit 451 (per citarne alcuni, ovvio); oltre ad aver cullato per tutta la sua adolescenza il sogno di diventare “il più grande mago del mondo”, abbia addirittura dato fuoco, all’inizio della sua carriera letteraria, a qualcosa come due milioni di parole, ovvero l’equivalente di circa cinquemila cartelle dattiloscritte.

Donne e buoi dei paesi tuoi.


Appena sentì il tocco sulla spalla, aprì gli occhi. Aveva dormito per un’ora ed era ancora mezzo rincoglionito. Riconobbe il volto di suo padre, ma per qualche istante non capì dov’era. Finché ricordò di essere in treno. Allora sogghignò al faccione serio che aveva di fronte e, mentre stiracchiava le gambe, voltò il capo e guardò l’orizzonte attraverso il finestrino.
La campagna era finita da un pezzo. Erano scomparsi i boschi, le montagne in lontananza e il lago. Adesso non scorgeva più niente di familiare. Nulla che gli piacesse; soltanto palazzi grigi, lunghi viali trafficati e luci colorate nel crepuscolo.
«Ancora dieci minuti e saremo in stazione» sussurrò suo padre.
Lui assentì, ma non distolse lo sguardo dal finestrino.
«Vedrai» aggiunse l’uomo. «Ti piacerà!»
“Ti piacerà!” ripeté a se stesso, e per un attimo avvertì il desiderio di piangere.
«Capisco ciò che stai provando» continuò suo padre. «L’ho sperimentato anch’io. Ricordo benissimo quando andai in collegio. Te l’ho raccontato tante volte. Il mio vecchio, tuo nonno, mi aveva comprato un vestito nuovo per l’occasione: un completo blu notte. Mi faceva sentire molto strano… come se dovessi affrontare una prova di coraggio…
«E le mura dell’istituto quando arrivai: Gesù mio, che posto! Pareva una prigione. Dico sul serio! Pensavo che stesse cambiando tutto attorno a me, ma non ero infelice… Non sentirti triste.»
«Non sono triste!»
«So che non mi deluderai. Sei sempre stato un bravo ragazzo. Farai strada. Diventerai qualcuno. Ti abituerai, ne sono sicuro. Non fare i miei errori. È la scelta migliore che poteva capitarti. Staccati più che puoi da questo provincialismo, non avere paura.»
Si girò a guardarlo. «Non ho paura!»
«Già! Hai quattordici anni ormai. Sei grande!»
«Lo so!»
«E quella ragazzina… Come si chiama?»
«Nicoletta!»
«La dimenticherai, puoi esserne certo. Tra qualche mese scorderai addirittura il suo nome. Conoscerai altre ragazze. Ti innamorerai, ne sposerai qualcuna e avrete dei figli. Sarete felici. Così vanno le cose… Ora, però, vai a lavarti il viso, siamo quasi arrivati.»
Ubbidì. Si alzò e attraversò la carrozza sino alla toilette. Entrò, chiuse la porta alle sue spalle, fece pipì in equilibrio precario e poi sciacquò gli occhi e le guance con l’acqua fredda davanti allo specchio. Si soffermò a osservarsi il viso: era emaciato e si vedeva diverso. Forse aveva ragione suo padre.
Ritornò da lui nel momento in cui il treno imboccava, rallentando, una delle arcate d’acciaio della Stazione Centrale. Attese in piedi che il treno si fermasse, poi aspettò che suo padre levasse le borse dal portabagagli e che lo esortasse a seguirlo.
Ubbidì di nuovo. Suo papà portava il bagaglio e lui lo seguiva rimanendo sulla destra. Percorsero i lunghi e lucidi corridoi interni in silenzio, tra la folla che li guardava curiosa.
Suo padre aveva il bagaglio ma era come se lo portasse lui. Un peso da portare senza parlare per chissà quanto tempo. Scesero una larga scalinata e oltrepassarono le biglietterie e alla fine sbucarono sul piazzale della Stazione nelle luci della sera che parevano mosse dal vento.
Ma non si trattava di un disturbo del vento; era il calore dell’astronave a creare l’effetto. Era proprio lì davanti e rimase senza fiato. Non credeva che facesse questa sensazione vista da vicino. Era molto più grande di quello che aveva sospettato e occupava tutta la piazza di fronte all’Hotel Gallia.
Avvertì davvero un po’ di timore a questo punto e si strinse a suo padre mentre si avvicinavano timidi al Front Office di ricezione.
La ragazza dietro il banco sobbalzò sulla sedia appena li vide. La vide guardare suo padre, poi vide quando gli lanciò un’occhiata mista di stupore e di meraviglia. Alla fine si compose sul seggio e sorrise. «Avete i documenti?» chiese.
«Solo lui parte» disse suo padre.
«Oh» rispose la ragazza. Tornò a osservarlo curiosa. «E dove vai?»
«Diglielo» lo supplicò suo padre.
«Do… Dogon» balbettò.
«Sul sistema di Sirio B?» chiese la ragazza.
«Aha… in collegio» rispose.
«In collegio… che bravo.»
Lui sorrise.
«Non avevo mia visto un terrestre» disse la ragazza senza levargli lo sguardo di dosso. «Siete una rarità. Dicevano che eravate estinti.»
Suo padre sogghignò. «Siamo duri a morire.»
La ragazza alzò le spalle. «Lo vedo.»
Lui non disse nulla. Si limitò ad ascoltare e sedette in disparte ad aspettare che papà finisse con le procedure necessarie alla partenza. Guardò di nuovo l’astronave. Risplendeva trasparente nel chiaroscuro della sera e metteva soggezione. Pareva pronta al decollo e c’era una fila viaggiatori pronta per l’imbarco.
Dieci minuti e sarebbe stato uno di loro. Poi via. Sei mesi a zonzo tra le stelle, giorno più giorno meno. Sei mesi su una nave spaziale e sarebbe capitato su un pianeta che orbitava attorno a una stella di cui conosceva l’esistenza solo grazie ad alcuni libri che aveva letto. La sua nuova casa per i futuri dieci anni. Un collegio per il suo avvenire. Dieci anni di nuove scoperte, emozioni, nuove tristezze e malinconie.
Pensò che sarebbe cambiato tutto della sua vita. Ma sarebbe stato forte. Avrebbe mangiato pietanze particolari e avrebbe incontrato esseri diversi. Avrebbe imparato una lingua diversa e forse sì, si sarebbe innamorato di un'altra ragazza. Probabilmente si sarebbe sposato e avrebbe avuto dei marmocchi, come sosteneva suo padre. Magari avrebbe perso la testa per una donna uguale a quella che lo aveva appena accolto.
Sorrise e la guardò di nuovo.
Pensò che il colore verde della pelle e gli occhi rosa dello sguardo non fossero poi così strani una volta visti da vicino. Ma l’odore no. Quello strano e intenso aroma misto di agrumi e candeggina che emanavano era proprio duro da digerire. No, difficilmente si sarebbe abituato a una di loro, neanche in dieci anni di tempo.

mercoledì 14 aprile 2010

Questa è grossa!


Edizioni XII annuncia l'edizione italiana di un capolavoro della narrativa horror contemporanea: The Conqueror Worms, il più celebre romanzo di Brian Keene, maestro statunitense dell'horror, due volte vincitore del prestigioso Bram Stoker Award.

Autore amatissimo per il suo immaginario ricco di zombie, cannibali, spettri e creature ancestrali, Brian Keene era inspiegabilmente assente dal panorama editoriale italiano nonostante il grande successo di pubblico e critica d’oltreoceano. Con I vermi conquistatori, Edizioni XII colma questa lacuna, attraverso il lavoro più spiazzante e catastrofico di uno degli scrittori fondamentali della scena horror mondiale.

Brian Keene è scrittore molto prolifico; ha pubblicato 14 romanzi e svariate antologie in circa dieci anni di attività, affermandosi come uno dei maestri dell’horror contemporaneo mondiale, tradotto in tutto il mondo. Ha vinto due prestigiosi Bram Stoker Awards: nel 2001 con Jobs in Hell e nel 2003 con The Rising; e uno Shocker Award, con Sympathy for the Devil nel 2004.
Alcuni suoi romanzi – The Rising, City of the Dead, Terminal e Ghoul – sono stati opzionati per cinema e videogiochi; da The Ties That Bind è stato tratto l'omonimo film.

L'autore, sul suo sito personale, si è detto felice della nuova edizione di The Conqueror Worms, che si affiancherà a quelle in francese, tedesco, polacco, tailandese e spagnolo, oltre, naturalmente, a quelle in lingua inglese.

Per ulteriori informazioni si veda l'annuncio ufficiale.

giovedì 8 aprile 2010

Non sarà la mia fine

Quasi non ti sembra vero. Vedi che afferra un coltellaccio e capisci subito che ce l’ha con te. Ti chiedi il motivo. Non hai mai fatto del male a nessuno e ti sembra ingiusto. Ma non puoi muoverti e sai che lui presto lo farà. Sebbene al momento esiti. D’altronde, dopo la prima occhiata che ti ha lanciato, sembra che adesso pensi a qualcosa d’altro. Appare indeciso. Si sposta da una parte all’altra inquieto, con questo coltello in mano. Ma non ti devi fidare di persone come lui. Sai che è un uomo subdolo. Senza pietà. E la paura l’avverti.
Non sai spiegarti perché ti odi così tanto. Perché ti vuole morta. Te lo chiedi da quando ti ha adagiato lì. Faresti qualsiasi cosa per lui, perché la natura ti ha creato per questo. Lui, però, è insensibile ai tuoi sentimenti. Probabilmente immagina che tu ne sia priva. Crede che nelle tue condizioni termini come amore e dolore non esistano. Pensa che la tua anima non respiri.
Non sa che la tua dimensione è un’altra e che in questo tuo mondo ci sia della poesia. Non sa neanche che tu hai un mondo, maledizione.
Non puoi muoverti e non ti resta che aspettare una fine certa. Sai che arriverà. Forse tra un minuto, magari un’ora, ma oh, sì, arriverà.
Certo, se invece di un coltellaccio affilato come un gladio, usasse un altro strumento ti sentiresti più tranquilla. Hai paura dei coltelli. Nella luce del giorno hanno strani riflessi sulla lama. Luccicano specchiando addirittura la tua figura.
Hai paura anche del dolore fisico che dovrai provare. È più forte di te. Lo sai che ti farà un male tremendo. Un male atroce e profondo. E sai che non sentirà le tue grida di implorazione. Non vedrà le tue lacrime. Sarà tutto inutile.
E adesso e di nuovo lì davanti. Ti guarda quasi con il sorriso sul viso. Come se fosse contento di strapparti alla vita. Ti guarda con crudeltà.
È pronto adesso.
È la tua fine e non osi guardare. Non puoi osservare una lama che ti trafigge. Ma passa troppo tempo. Ti rendi conto che sta esitando di nuovo e guardi.
Ti meravigli. Il coltello non c’è più. Forse non vuole usarlo e pensi che ti abbia sentito. Ma non è così. È un uomo subdolo e non è così.
Sono le dite della sua mano ad agire ora e senti le sue unghie infilarsi nella tua pelle. Le senti entrare nella tua tenera scorza. Le senti entrarti dentro, con forza. Con rabbia. Non usa pietà e ti fa male.
Ti strappa la buccia. Te la strappa a lembi facendoti un male tremendo. Piangi. Sentì che dentro di te la vita sta svanendo poco alla volta. Ma non ti perdi d’animo.
Quel diavolo tra poco ti mangerà. Lo sai. Magari uno spicchio alla volta. Si estasierà gustando la tua polpa. Sputerà i tuoi semi. Si farà forte con il tuo succo. Ma è questo che ti dà coraggio. Non sarà la tua fine. Qualcosa di te attraverserà il suo corpo. Avrei una via di uscita. Eccome l’avrai. Un giorno qualcosa di te sentirà di nuovo il calore del sole. Vedrà di nuovo la sua luce tra gli alberi e tornerà a vivere sotto un’altra forma. No! Non sarà la tua fine.

martedì 6 aprile 2010

A proposito di Diario Pulp


Ho letto questo romanzo – io lo considero un romanzo, anche se si tratta di una serie di racconti circolari – durante le scorse vacanze natalizie. Cosa volete che vi dica, l’ho mangiato: mangiato come si mangia la frutta secca mentre si aspetta che la befana scenda dal camino. Mangiato con piacere, senza problemi… una nocciolina dopo l’altra, ehm scusate, volevo dire una pagina dopo l’altra.
La storia mi è letteralmente scivolata addosso. Ritmo giusto, veloce, mai una parola o un termine fuori posto. Tutto si incastra perfettamente. Personaggi strambi e originali, cattivi e scellerati, originali, comici in certe situazioni, mai comunque caricature… e questo è il primo pregio. I primi due racconti, o le prime due parti, sono spassosissimi; con descrizioni a dir poco geniali per qualità letteraria e musicalità (leggere, per esempio, le pagine inerenti alla tortura di Zora).
Certo, a un certo punto, lo dico sinceramente, ho avvertito il timore che il seguito proseguisse sempre e comunque sulla stessa falsariga; invece, poco alla volta, tra le pagine, non so se l’autore lo ha fatto in maniera inconscia, i personaggi hanno preso una piega con più spessore e mi hanno suscitato delle vere emozioni. E questo è senza dubbio un altro punto a favore di questo eccellente scritto, poiché, dal mio modesto punto di vista, le emozioni e le sensazioni che lasciano al termine della lettura sono ciò che creano un grande libro.
Davvero un ottimo lavoro.
In quarta di copertina ho letto che qualcuno ha paragonato l’autore a Tarantino (ovvio, basta pensare al film), a Bukowsky, a Palahniuk. Be’ io aggiungo il Bret Easton Ellis di American Psycho. Non per la storia, chiaro: se da una parte c’è l’edonismo spinto e annoiato degli Yuppies fine anni ottanta, qui c’è la sorte maligna di tutti i giorni, carica di porcherie e orrori, a rompere il paniere ai vari Sellero, Zecchinetta, Cesso e compagnia bella. Ma alla fine della lettura, mi è rimasto un senso di disfatta impresso identico a quello che mi aveva lasciato la lettura di American Psyco.
Non so se l’autore lo ha fatto di proposito, ma faccio un esempio: le pagine che descrivono la tortura del triangolo raccontate dal Chiacchiera, per me sono davvero emozionanti. Su quelle pagine incombe un senso di tragedia (come se il Chiacchiera sapesse che la sua fine non sarà assai diversa) che mi ha lasciato davvero sgomento, e creare effetti del genere è opera di “maestri” e di gente che vive la scrittura come vita.
Complimenti a Strumm, non aggiungo altro.
Non mi ritengo un critico, questa è la prima vera recensione che faccio e quindi prendete questo commento nel modo più conveniente. Io volevo leggere un bel libro e come al solito, quando sono io a decidere cosa scegliere, non sbaglio. Come scrittore, volevo vedere che trucchi ed effetti ha usato l’autore nel narrare la storia e pure in questo senso non sono rimasto deluso.
Per farla breve un libro che, a detta dell’autore, non voleva fare rumore, ma per me ne ha fatto e non poco.

Trama in sintesi: “Diario Pulp è un condensato di azione e ironia, costruito a episodi, come fossero puntate di una serie televisiva ma con un fil rouge che vi porterà piano piano a svelare il mistero che avvolge l’Imperatore. Inizierete a leggere il romanzo e vi sentirete come se steste guardando Pulp Fiction di Quentin Tarantino, vi ritroverete ad un tratto invischiati in un’epopea criminale degna di quella raccontata in Romanzo Criminale. Una fusione incredibile di noir e pulp che vi porterà su e giù per le vie della capitale fra sparatorie in centro città, regolamenti di conti, gambe mozzate e sette sataniche in periferia. Un solo consiglio: non ridete di Duffy Duck. Potrebbe costarvi molto caro.” (Dall’introduzione di Paolo Roversi)

Vai alla scheda del libro.

venerdì 2 aprile 2010

Comunque mi sembra di essere Stephen King.


Da mercoledì sono isolato. Una frana, causa pioggia, ha separato questo paese posizionato in una valle alla fine del mondo dal resto della civiltà. In realtà, una via di fuga, al momento, ci sarebbe: è una stretta e insidiosa carrareccia asfaltata che si incunea tra strapiombi e gole profonde sino al lago. Ma le previsioni parlano di un peggioramento climatico e di un ritorno della neve, quindi è prevedibile che nelle prossime ore l’isolamento diventi totale.
Immagino che dovrebbe essere un problema, e per qualcuno probabilmente lo è, ma per il sottoscritto non è così. Ho un libro nuovo da leggere, che presumo sia entusiasmante: “In due si uccide meglio”, scorte di cibo (salame, mortadella e mostarda di frutta in primis), bottiglie di vino buono (Primitivo e Ribolla Gialla) e pure una colomba da squartare domenica. Ho tempo per scrivere. Ho anche la rete che, grazie al cielo, funziona e che mi permette di stare collegato – a proposito ho appena postato un racconto in Usam.
Ma la parte più bella è il mondo di fantasia che una situazione del genere mi ha messo addosso. Insomma, cercate di capirmi, per uno che riempie la propria vita a dilettarsi nello scrivere racconti fantastici e dell’orrore un contesto del genere vale una miniera d’oro. Sarà il posto, il clima, la desolazione, ma vedo mostri e misteri dappertutto. Non prendetela come presunzione, ma mi sembra quasi di essere Stephen King.