domenica 26 dicembre 2010

Il settimo capitolo

Milano: futuro imprecisato. Baggio, dopo sette mesi, torna a casa per vendicarsi del compagno della madre che lo ha cacciato. Con lui c’è Nice, un ragazzone che ha incontrato nei meandri abbandonati della metropolitana. La vendetta sembra a portata di mano, ma Baggio è teso e vorrebbe intontirsi con qualcosa: teme l’incontro con la madre più della rabbia che nutre per il patrigno. Con dispiacere scoprono che l’uomo che vorrebbero eliminare  è assente, ma la madre, ormai del tutto fuori di testa,  li accoglie come se quasi nulla fosse accaduto. I ragazzi per qualche ora tornano a rivivere. Cenano, chiacchierano. Alla fine la madre di Baggio si addormenta. I ragazzi allora  approfittano della situazione per fumare un po’ di hascisc. L’euforia però si trasforma in paranoia e i due lasciano la casa dopo aver arraffato il possibile. Scendono in strada, ma la vista di una pattuglia della polizia li obbliga a un’avventurosa fuga tra i tetti sino alla stazione ferroviaria abbandonata di Sesto San Giovanni. Ci passano la giornata a dormire, fino a che un temporale li sveglia. Si mettono in marcia verso il centro dalla città, ma vengono intercettati da una banda di ragazzini carichi di brutte intenzioni. Tuttavia dopo qualche schermaglia i due ragazzi fanno amicizia con il gruppo appena incontrato. Mangiano e bevono in una sala d’aspetto abbandonata. Baggio si ubriaca, vomita e poco dopo, il tragitto che dovrebbe portarlo nel rifugio dei ragazzi appena conosciuti, tra vecchi binari e fiumi cittadini, si rivela un’odissea.

7

Baggio rinvenne con un paio di ceffoni in faccia. Si scosse spalancando gli occhi come un gufo. La notte era piena di sfumature colorate e bizzarre, ma silenziosa e fresca. Di fronte aveva Soriano e Nice: erano a pochi centimetri dal suo naso e pareva che lo stessero studiando.
«Cosa succede?» chiese. 
«Non vorrai crepare davvero?» domandò Soriano.
Ora non ricordava nulla di quella notte. Aveva indosso uno strano e brutto odore e l’alito che usciva dalla sua bocca sapeva di marcio. Appoggiò le mani sull’asfalto come un vecchio, ma lo sentì freddo come ghiaccio e le staccò d’istinto. Esitò perplesso, poi riprese coraggio e ritentò. Poggiò di nuovo i palmi sulla strada e provò a rizzarsi in piedi facendo leva sulle braccia, ma il suo corpo pesava come un masso. Aveva perso l’orientamento e non riusciva a mettere a fuoco il luogo dove si trovava. Sudava freddo. 
«Ha avuto una congestione» sentì dire da qualcuno.
«Riesci ad alzarti?» gli domandò Nice.
Baggio provò a sollevarsi. Tremava.
«Datemi un giubbotto o una coperta» chiese Soriano.
Subito dopo Baggio avvertì qualcosa di pesante avvolgere le sue spalle. In un primo momento non capì di cosa si trattasse. Palpò l’indumento con ritrosia. Gli parve di toccare qualcosa di viscido, poi si ricordò della giacca in pelle presa a casa sua. Era quella. Si ritrasse infastidito, ma Nice lo rassicurò accarezzandolo in viso. Gli consigliò di restare tranquillo, poi lo prese per un braccio e lo sollevò neanche fosse una farfalla. Si issò l’amico sulle spalle senza fatica. Come al solito stava facendo un lavoro egregio.
«Aggrappati forte!» suggerì.
«Non berrò mai più in vita mia» disse Baggio. «Questo mondo continua a girare.»
Il mondo volteggiò ancora per dieci minuti: il tempo che il gruppo, in fila e silenzioso, impiegò per giungere davanti all’atrio di uno scantinato tra Gorla e Precotto. Baggio, aggrappato a Nice, lo scambiò per una discoteca abbandonata, per via della freccia, illuminata di verde, impressa sopra una porta che indicava l’uscita di sicurezza. Ma poteva trattarsi anche di un vecchio magazzino.
Trovarono ad attenderli altri ragazzi, grandi e piccoli, eccitati e in preda a uno stato di esaltazione collettivo. Si addossarono attorno ai nuovi arrivati.
Baggio li guardò e rise.
«Sono questi scemi?» chiese una voce femminile. 
«No» ripose Soriano. «Non li abbiamo trovati, ma non ci sfuggiranno. Nel pomeriggio riprenderemo le ricerche. Non andranno lontano.» 
«E loro chi sono?»
«Loro ci aiuteranno… anzi, mettete il ragazzino su una branda: è tutto massacrato.»
«Sto bene!» si lamentò Baggio.
Ma non servirono a nulla le sue rimostranze. Un paio di ragazzi attesero che Nice lo posasse a terra e subito dopo lo risollevarono senza tanti complimenti. Urlò quando gli toccarono il gomito. I ragazzi si fermarono allora e lo posarono a terra per afferrarlo con maggiore sicurezza. Poi lo risollevarono e lo trasportarono all’interno dello stabile scendendo una fila di scalini.
Baggio pensò di essere in mezzo al mare. Non vide in viso chi lo portava. Ridevano. Qualcuno lo teneva per le gambe e qualcun altro sotto le braccia. Non capì neppure che direzione presero. Pensò che lo scantinato fosse molto grande. Doveva essere una città sotterranea ed era illuminata in modo flebile. Non assomigliava, tuttavia, al museo dove era vissuto sino al giorno prima.
Al museo non c’era nulla. Mancava tutto. Dormivano in terra e d’inverno faceva un freddo cane con gli spifferi che uscivano dalla terra. Mancava sempre da mangiare e spesso si scannavano tra loro per qualche banale e insulsa ghiottoneria. Ogni giorno scoppiava una rissa. Ora, con questi ragazzi, invece, sembrava che le cose andassero alla grande. Aveva solo una gran fame.
«Mi date un panino?» domandò.
Nessuno rispose. I suoi immaginari barellieri parevano avere altro in mente. A un certo punto lo adagiarono sulla branda di un letto a castello e Baggio si rilassò e sospirò finalmente tranquillo. Sentì chiacchierare per qualche minuto vicino nella penombra. Poi qualcuno gli tolse le scarpe e lo coprì con una coperta. Si spense qualcosa in lui a quel punto e sprofondò in un sonno profondo.
Sognò velieri e navi da crociera e poi isole verdi e lussureggianti dominate da una fresca brezza. Nel delirio dovette combattere con gli uomini di una tribù ostile e usò per la prima volta una rivoltella. Sparò più volte senza uccidere nessuno. Poi dalle onde del mare fuoriuscì suo padre. Risalì la battigia con la risacca e si fermò a qualche metro da lui. Portava dei pesci in un cesto di vimini e aveva i capelli bianchi come un vecchio, ma, ciò che più  lasciò Baggio perplesso, fu l’incapacità di suo padre nel proferire parole: pareva anche lui un pesce.
Nel sogno Baggio l’abbracciò, ma prima che potesse domandargli il perché fosse morto, udì un rumore sordo sopra la sua testa. Aprì gli occhi e soltanto allora capì di essere sveglio.
Era giorno e la luce del sole entrava a lamelle dalle piccole finestre dell’interrato. Faceva caldo e il letto era infestato da nugoli di mosche. C’era un forte odore di disinfettante e udiva della musica classica giungere da lontano. Baggio non avvertiva più nausea, ma sentiva ancora un po’ di mal di capo. Aveva sete e appena si mosse nel letto imprecò infastidito dagli insetti e dal dolore al gomito. La ragazza allora rise.
Baggio non si era neppure accorto di lei. Adesso stava rifacendo la branda vicina. I raggi del sole le illuminavano il viso. Era bella e delicata, per quello che poteva capirne. Non era una di quelle a cui di solito pensava quando si toccava. Era soltanto una ragazzina.
«Da dove viene questa musica?» chiese Baggio.
«Dalla cucina» rispose la ragazza.
«Avete una cucina?»
«Aha!»
«Che schifo di musica.» Una mosca gli ronzò sul naso. Cambiò discorso allora. «Perché non fai scappare queste mosche.»
«Come?»
«In qualche modo?»
La ragazzina sorrise di nuovo. Portava un  apparecchio ai denti, ma non la rendeva brutta o goffa: le efelidi coprivano le sue guance come pennellate di un grande pittore.
«Ho sete»  disse Baggio. 
«Aspetta» disse lei. Si fregò le mani sul vestitino a pois che indossava e sparì alla sua vista. Baggio alzò la testa per seguirla con lo sguardo, ma la perse tra le brande. Diete un’occhiata alla stanza, allora, se stanza si poteva chiamare.
Era piena di letti a castello, allineati contro le pareti dello scantinato, sia da una parte sia dall’altra. Baggio riuscì a contare trentadue brande, ma dovevano essere di più. Per il momento erano vuote e in ordine. Si domandò dapprima dove fossero tutti, poi si chiese che ora potesse essere. Si accorse che neppure Nice era presente e qualcosa della notte passata riaffiorò nella sua  memoria. Avrebbe voluto che fosse lì. Aveva paura senza la sua vicinanza. Nice sapeva sempre come toglierlo dai guai. Chissà dov’era adesso.
Baggio si rizzò sul letto, spostò il cuscino e mise i piedi fuori dalla branda. Le sue scarpe erano lì vicino, ma non aveva addosso nulla a parte un paio di mutande. Aveva delle strette fasciature al gomito e al ginocchio. Era stato medicato da qualcuno, ma adesso le bende gli prudevano e attiravano le mosche.
Imprecò un’altra volta e si alzò e in quell’istante la ragazzina fece ritorno. Portava una bottiglia di acqua minerale.
«Non devi muoverti!»
«Dove è il mio amico?»
«Sono andati a cercare quei bastardi. Il tuo amico è andato con Soriano. Grande e grosso com’è sarà molto utile.»
«Quando torneranno?»
La ragazzina guardò l’orologio al polso. «Sono le sei, non tarderanno a lungo, rimani a letto!»
Baggio sorrise. Non vedeva un orologio al polso di qualcuno da anni. Neanche sua madre lo portava. Guardò di nuovo la ragazzina: era davvero carina. Afferrò la bottiglia d’acqua e ne bevve un lungo sorso. «Come ti chiami?» gli chiese una volta finito di bere.
«Io?»
«Sì!»
«Maria!»
«Maria?»
«Maria… e tu?»
«Vuoi il nome vero?»
«Perché hai un nome falso?»
Baggio pronunciò prima il suo nome di battesimo, poi aggiunse il suo soprannome e spiegò che preferiva essere chiamato a quel modo.
«Mai sentito?»
«Era il cognome di un calciatore del secolo scorso!»
Maria aggrottò la fronte. «Ti piace il calcio?»
«A te no?»
«No!»
Baggio alzò le spalle.
«Quanti anni hai?» chiese la ragazza.
«Quattordici ad agosto… e tu?»
Maria sorrise civettuola. «Lo sai che non si chiede l’età a una donna?»
«Ah!»
«Non lo sapevi?»
Baggio negò con il capo.
«Ne ho tredici… hai fame?»
Aveva sempre fame.
La ragazzina sparì di nuovo, ma Baggio non si mosse dal letto. Non era il caso di alzarsi. Nessuno gli faceva fretta d’altro canto. Se non fosse stato per il prurito e il dolore alle ossa si sarebbe sentito a meraviglia. Però si vergognava un poco per la notte passata. Magari sarebbe diventato lo zimbello di tutti. Chissà cosa pensava Maria. Era un bel nome per una ragazza. Aveva una bella voce e con l’apparecchio ai denti era divertente.
Era strano trovare delle ragazze in una banda. Al museo vivevano soltanto maschi. Una volta era capitata una femmina e aveva fatto una brutta fine. L’avevano spogliata e violentata nei sotterranei tra gli animali impagliati e le vecchie scenografie degli habitat.
Quella volta, qualcuno,  aveva cercato di convincere Baggio a fare lo stesso. Stranamente, dopo che si era abbassato i calzoni, aveva iniziato a tremare. Qualcuno gli aveva detto che non era ancora pronto per farsi una femmina. Doveva continuare a masturbarsi.
A pensarci bene era stato meglio così. Per il momento non sapeva che cosa pensassero di lui le ragazze. Era troppo piccolo per interessare a loro. Non dimostrava quattordici anni e non sapeva come comportarsi con loro.
Nice, invece, ci sapeva fare. Ogni tanto andava con qualche ragazza.  Gli raccontava cose strane su come si bagnassero quando un ragazzo le toccava in quel posto e più di una volta gli aveva disegnato degli schizzi che illustravano dettagliatamente la forma del sesso femminile. Certe cose le aveva imparate in teoria, ma la realtà doveva essere assai diversa. Qualcuno diceva che era molto bello fare l’amore con una donna. Magari una come Maria sarebbe stata carina con lui, un giorno, pensò mentre la vide ritornare con un piatto.
Camminava a piccoli e veloci passi con il piatto nella mano sinistra. Era sorridente e graziosa benché avesse un apparecchio di plastica in bocca. Gli mise il piatto davanti: conteneva del riso.
Non gli piaceva il riso: lo odiava e non sopportava il latte bollito. Ma non voleva deludere la ragazza. Afferrò la forchetta e inizio a mangiare. Il riso era insipido e scotto. Baggio ne mangiò un paio di bocconi, poi ripose il piatto sul suo grembo.
«Come mai siete così tranquilli?» domandò. «Non avete paura della polizia o che vi scoprano?»
«Non vive quasi nessuno in questo quartiere e Jim ci protegge.»
«Jim?» chiese Baggio, poi ricordò di avere sentito quel nome. «Jim Morrison?»
«Sì! è lui che ti ha pulito e medicato le ferite» ripose Maria.
«Non mi sono accorto di nulla.»
«Lo so… ero presente. è lui che mi ha ordinato di badare a te: vuole conoscerti stasera!»

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