domenica 19 dicembre 2010

Il sesto capitolo

Milano: anno 2030. Baggio, dopo sette mesi, torna a casa per vendicarsi del compagno della madre che lo ha cacciato. Con lui c’è Nice, un ragazzone che ha incontrato nei meandri abbandonati della metropolitana. I due, dopo una corsa in moto, si fermano sul sagrato di una basilica  poco distanti dall’abitazione. La vendetta sembra a portata di mano, ma Baggio è teso e vorrebbe intontirsi con qualcosa: teme l’incontro con la madre più della rabbia che nutre per il patrigno.  Nice, però, gli infonde coraggio e alla fine salgono al sesto piano dell’appartamento dove Baggio viveva. Con dispiacere scoprono che l’uomo che vorrebbero eliminare  è assente, ma la madre, ormai del tutto fuori di testa,  li accoglie come se quasi nulla fosse accaduto. I ragazzi per qualche ora tornano a rivivere. Cenano, chiacchierano. Alla fine la madre di Baggio si addormenta. I ragazzi allora  approfittano della situazione per fumare un po’ di hascisc. L’euforia però si trasforma in paranoia. Nice poco dopo impone all’amico di lasciare l’abitazione. I due lasciano la casa dopo aver preso tutto il possibile, ma la vista di una pattuglia della polizia li obbliga a un’avventurosa fuga tra i tetti sino alla stazione ferroviaria abbandonata di Sesto San Giovanni. Ci passano la giornata a dormire, fino a che un temporale li sveglia. Si mettono in marcia verso il centro dalla città, ma vengono intercettati da una banda di ragazzini carichi di brutte intenzioni. Tuttavia dopo qualche schermaglia i due fanno amicizia con i Soriano e la sua banda. Insieme mangiano e bevono in una sala d’aspetto abbandonata e Baggio si ubriaca.

6

Quando gli parve di aver finito, si ripulì la faccia con dei fazzoletti di carta. Aveva in bocca un sapore strano e ogni tanto qualche pezzetto di cibo masticato gli ritornava in gola: lo rimandava indietro insieme all’aroma del salame e della birra. Controllò, esausto, che non si fosse sporcato la maglietta e i calzoncini con i rigurgiti, poi iniziò a pensare a sua madre e scoppiò in lacrime. Pianse senza ritegno e per nulla imbarazzato, finché Nice lo afferrò sottobraccio e lo trascinò come un sacco di patate vicino a una panchina, invitandolo a sdraiarsi.
Baggio rimase in quello stato comatoso per un tempo indecifrabile. Vide mulinare sopra di lui il soffitto scuro della sala d’aspetto e per un paio di volte avvertì ancora lo stimolo del vomito. Si chiese che cosa potesse rigettare ancora. Poi, qualcuno disse che avevano atteso troppo e che era giunto il momento di avviarsi. Si rizzò  allora, ma appena fu in piedi percepì di nuovo qualcosa di avverso in gola e non si trattenne. Rigurgitò per l’ultima volta senza guardare. Con le gambe allargate e curvo sulla schiena, continuò a rigettare. Il vomito gli uscì dalla bocca e gli scese dal naso. Più tardi, con la faccia stravolta e gli occhi ludici, disse che era pronto, ma non lo era per niente.
Nice rise.
Baggio lo vide spostarsi davanti a sé come se fosse stato ripreso a rallentatore. Gli vide spuntare in viso una smorfia divertita e poi lo scorse imbracciare lo zaino. Detestava l’idea di muoversi e disse che avrebbe preferito morire.
Anche Soriano sogghignò. «Vedrai che giungerà anche per te il momento di morire» proferì.
«Già» convenne Baggio. Quindi iniziò a sghignazzare come il pagliaccio di un circo.
Non ricordava l’ultima volta che aveva riso così tanto. Non c’era neanche il motivo per farlo. Temeva di pisciarsi  addosso per come rideva e in maniera automatica abbassò la lampo della patina. Tentò di farla lì dov’era.
«è proprio andato» disse Soriano.
«Non sono andato per niente!» ribatté Baggio e per dimostrarlo alzò la gamba destra con il pene ancora in mano. Barcollò, ma non cadde. Questo particolare lo fece sentire uomo e urinò per l’ennesima volta. Alla fine si mise in ordine e si incolonnò con il resto della banda pronta a partire.
Cascò qualche centinaio di metri più avanti. Si sbucciò un ginocchio attraversando alcuni binari morti. Inciampò su una rotaia e cadde faccia avanti. Riuscì a frenarsi appoggiando d’istinto le mani a terra, ma per il ginocchio non riuscì a evitare il peggio.
Prese una fitta botta sulla rotula battendo sopra il bullone d’acciaio di una traversina, ma non disse nulla. Si alzò e continuò stoico e zoppicante a seguire il branco al buio verso sud. Lasciarono la linea ferroviaria e discesero lungo l’argine del Naviglio Martesana.
Per un po’ non successe nulla e l’odore salmastro dell’acqua entrò nelle cavità nasali del ragazzo come un toccasana. Baggio prese coraggio e questa supponenza gli costò cara, perché poco dopo scivolò gambe all’aria nella ghiaia posta sul greto del fiume.
Non finì nell’acqua. Ma scivolando picchiò il gomito e si scorticò l’intero braccio destro, sfregando i sassolini posti sull’argine. Rimase in terra, con il mondo che girava, sino a quando qualcuno lo aiutò a sollevarsi.
«Ti sei fatto male?» gli fu chiesto.
Come suo solito Baggio finse di non aver patito nulla, rispose dicendo che si trattava soltanto di un graffio, ma in realtà avvertiva un dolore atroce. Pensò di essersi rotto il gomito. Ricordava che una volta si era spezzato il polso e il dolore era stato quasi uguale. Era successo sei anni prima giocando al pallone. Impossibile da dimenticare. Aveva passato due giorni e una notte in ospedale allora. Ora non poteva tornarci. In ospedale si curavano soltanto le persone che avevano i soldi per  poterselo permettere. Quella volta suo padre si era svenato per pagare la sua decenza.
Però il dolore era molto forte. Il braccio gli bruciava. Gli serviva più luce per vedere i reali effetti della caduta, ma nessuno parlava e pensava a lui. Riprese il cammino, allora, ancora più rovinato e, rabbrividendo, capì che il temporale del pomeriggio aveva abbassato la temperatura della notte.
Il gruppo proseguì, lento e inesorabile per circa trecento metri. Marciava  in silenzio come la folla in fila in un corteo funebre. Si arrestò sotto il ponte stradale di Viale Monza, all’altezza di Turro. Un alone di luce proveniente dai lampioni rischiarava il Naviglio e creava grandi ombre tra gli alberi che lo costeggiavano.
Baggio intravide qualcuno del gruppo sedere sull’erba, poi sentì Soriano invitare un paio di ragazzi a salire sopra in strada per controllare la situazione. Baggio li guardò avviarsi, poi si chiese il perché non avessero usato una moto o qualche mezzo di trasporto. Si domandò da dove arrivasse questa paura. Era finito con un branco di fifoni e pappamolle. In più si era spaccato un braccio e aveva freddo con soltanto la maglietta addosso. Si toccò di nuovo.
 «Fammi vedere!» udì.
Si  girò e ruttò, alitando in faccia all’interlocutore il solito aroma schifoso di birra e salame. Poi sollevò lo sguardo perso e spento. Soriano lo stava osservando disgustato nell’alone soffuso delle luci provenienti dalla strada.
Baggio ruttò di nuovo.
«Dai fammi vedere!» insistette Soriano.
«Non è niente» rispose.
Soriano prese una torcia elettrica. L’accese e puntò il fascio di luce sul braccio per studiare meglio il problema: verificò le ferite come avrebbe fatto un padre premuroso.
«Non bere, se non reggi l’alcol» suggerì.
Baggio alzò le spalle e si ritrasse appena Soriano gli toccò il gomito.
«Hai preso una bella botta.»
«è rotto?»
«Rotto? Non credo proprio, ma le ferite andrebbero disinfettate.»
«Non posso andare in ospedale!»
«Tranquillo, niente ospedale» disse Soriano. «Morrison è un medico, domani ci penserà lui.»
«Morrison chi?»
«Jim Morrison… domani lo conoscerai.» Si girò nella semioscurità e illuminò con la torcia il viso di Nice.  «Lo conoscerete e non vi pentirete di aver scelto di restare con noi.»
«Non è detto che resteremo» contestò Nice.
«Non avete mangiato abbastanza?»
«Tutte le nostre cose sono al museo.»
Soriano sorrise. «Cose? Non ditemi che avete un conto in banca. Sembrate due pezzenti.»
Nice stranamente non ribatté e per Baggio fu una novità. Da quando lo aveva incontrato, non lo aveva mai visto mostrarsi remissivo. Doveva essere ubriaco pure lui o forse era soltanto stanco. Però Soriano non aveva torto: lui e Nice erano due miserabili. Non possedevano nulla a parte un sacco a pelo che si dividevano nelle cantine umide del museo e uno zaino con una play station e un po’ di cianfrusaglie. Stasera avevano mangiato senza correre rischi, per la seconda volta di fila. Un miracolo. Avevano addirittura bevuto senza pagare, benché il conto, adesso,  lo stesse pagando in un altro modo. Rise un’altra volta.
«Dai, state pronti a muovervi» ordinò Soriano, «ci sarà una branda anche per voi.»
«Ma che giro del cavolo stiamo facendo?» domandò Nice.
«Perché?»
«Precotto non è più in su?»
«Si incrocia una stazione della polizia seguendo la strada diretta, troppo pericoloso… Ora attraverseremo il viale e torneremo indietro.»
«Noi ieri sera lo abbiamo percorso sino a Rondinella in moto senza problemi.»
«Avete una moto?»
«Avevamo!»
Intanto tornarono i ragazzi dalla perlustrazione. Non avevano avvistato nessuno. Dei violentatori non c’era traccia, ma la strada era libera. La città sembrava essere tornata il solito deserto notturno in mano ai predatori. Soriano fece un rapido controllo dei compagni, poi il gruppo si rimise in marcia.
Erano in diciassette. In avanscoperta furono mandati tre ragazzi armati di mazze da baseball, gli altri rimasero insieme. Nice proseguiva al fianco di Soriano: davanti.  Gli altri seguivano, con ordine, in fila indiana.
Baggio stava sempre peggio. I postumi della sbronza non erano ancora svaniti. I rutti erano continui e chi lo seguiva imprecava per il rumore che faceva nel muoversi: zoppicava, si teneva il braccio e il suo mondo non era ancora fermo.
Si diressero verso nord, stando sulla destra del Viale. A Gorla si infilarono in un oscuro vicolo laterale. Notarono alcuni cani in lotta per un osso. Li presero a bastonate e  proseguirono.
Più avanti comparve un'autoblindo della polizia. Uno degli agenti occupanti orientò il grosso faro abbagliante a ventaglio sulla zona. Un ragazzo, allora, abbassò i calzoni mostrando gli attributi, come se si fosse trattato di un atto di coraggio. Non fu visto. L’autoblindo sparì sul viale come un elefante nella savana e i ragazzi si misero a ridere divertiti.
Tutti, tranne Baggio.
Baggio provò a ridere, si mise anche d’impegno, ma qualcosa scattò nella sua testa e collassò sull’asfalto.

3 commenti:

  1. Letto anche questo.Mi sa che i ragazzi si metteranno ancora più nei guai. ;)
    P.s.
    Neve anche quì.

    RispondiElimina