domenica 12 dicembre 2010

Il quinto capitolo

Milano: anno 2030. Baggio, dopo sette mesi, torna a casa per vendicarsi del compagno della madre che lo ha cacciato. Con lui c’è Nice, un ragazzone che ha incontrato nei meandri abbandonati della metropolitana. I due, dopo una corsa in moto, si fermano sul sagrato di una basilica  poco distanti dall’abitazione. La vendetta sembra a portata di mano, ma Baggio è teso e vorrebbe intontirsi con qualcosa: teme l’incontro con la madre più della rabbia che nutre per il patrigno.  Nice, però, gli infonde coraggio e alla fine salgono al sesto piano dell’appartamento dove Baggio viveva. Con dispiacere scoprono che l’uomo che vorrebbero eliminare  è assente, ma la madre, ormai del tutto fuori di testa,  li accoglie come se quasi nulla fosse accaduto. I ragazzi per qualche ora tornano a rivivere. Cenano, chiacchierano. Alla fine la madre di Baggio si addormenta. I ragazzi allora  approfittano della situazione per fumare un po’ di hascisc. L’euforia però si trasforma in paranoia. Nice poco dopo impone all’amico di abbandonare l’abitazione. I due lasciano la casa dopo aver preso tutto il possibile, ma la vista di una pattuglia della polizia li obbliga a una avventurosa fuga tra i tetti sino alla stazione ferroviaria abbandonata di Sesto San Giovanni .

5

Dormirono, adagiati sopra un mucchio di cartoni steso a materasso, dentro un vagone abbandonato di un vecchio treno Freccia Rossa. Il primo a svegliarsi fu Baggio. Si risvegliò verso le cinque del pomeriggio, disturbato dal ticchettio della pioggia che batteva a intermittenza sul tetto della carrozza.
Una volta in piedi sentì il boato di un tuono e lasciò il vagone per uscire tra i binari a verificare che cosa stava succedendo intorno. Scendendo dal treno guardò lungo il terrapieno della ferrovia, poi alzò gli occhi d’istinto verso le montagne.
Sopra il lago era in corso una tempesta. Lo capiva dalle nubi, nere e compatte, dalle saette che scendevano sino a terra e dalla nebbia che nascondeva la catena delle alpi Orobie. Sembrava un temporale molto violento. Si stava avvicinando, visto che l’aria si era rinfrescata.
Baggio odiava la pioggia e pensò che un acquazzone proprio non ci volesse. L’umidità gli arricciava i capelli e lo faceva sentire un emerito idiota. Urinò addosso alle ruote arrugginite del treno, poi risalì sul vagone. Era irritato, benché per il momento si trattasse ancora di poche gocce.
Ora, la lamiera della carrozza lo riparava, ma ricordò di avere fame e sopratutto sete. Aveva la bocca impastata e desiderava bere un bel sorso di coca cola direttamente dal collo di una bottiglia. Magari da una di quelle che sua madre teneva sempre nel frigorifero.
Chissà se si era svegliata adesso. Magari aveva pensato che la sua visita fosse stata soltanto un sogno e non si ricordava neppure di lui. Magari era tornato quel bastardo e la stava trattando male perché non aveva preparato il pranzo. Avrebbe voluto essere con lei.
«Piove?» udì chiedere.
Nice si era svegliato. Si stiracchiò un paio di volte quasi senza aprire gli occhi, poi si alzò in piedi. Aveva dormito con la faccia sullo zaino e la sua guancia destra era zigrinata e rossa. Aveva la forma del tessuto dello zaino. Si accarezzò le braccia.
«Da dove arriva quest’aria?» domandò.
«Credo sia colpa di un temporale.»
«Un temporale? Non ci voleva.»
«A chi lo dici» disse Baggio.
«Dobbiamo ritornare dagli altri prima che sia notte fonda. Come ci arriviamo? A piedi ci vorranno almeno tre ore!»
«Non potremmo tornare a casa mia e riprendere la moto?»
«La moto? Sei scemo? Chissà dove è finita la nostra moto.»
Baggio non disse nulla. Non gli piaceva essere  trattato come uno stupido o, peggio ancora, essere rimproverato.
«Hai fame?» chiese Nice.
«Ho sete» rispose Baggio.
«Sete?» domandò Nice. Ma non attese la risposta di Baggio questa volta, afferrò lo zaino, lo aprì e si mise a cercarci dentro qualcosa. Tolse il giubbotto di pelle e lo gettò in terra sopra i cartoni senza tanta cura. Poi spostò la Play Station, lasciandola nello zaino e agguantò il sacchetto di plastica con il cibo. Controllò le scatole una per una: tonno, piselli e fagiolini. Alla fine lanciò uno sguardo freddo a Baggio.
«Non potevi prendere qualche scatola di biscotti o qualche merendina?»
«Ho preso quello che ho trovato!» rispose Baggio.
«Non servono a nulla senza apriscatole!»
«Perché non lo hai detto ieri notte?»
Nice sghignazzò.  «Ieri notte ero stravolto… dai fa niente, quando saremo al museo inventeremo qualcosa.»
Non pioveva molto forte adesso e scesero dal vagone. Poi presero la direzione di Milano, tenendosi al riparo dalla pioggia tra i cespugli che separavano il terrapieno della linea ferroviaria dal muro di cinta della strada. Nice davanti con lo zaino sulle spalle come un  mulo e Baggio appena dietro, leggero.
Per ben due volte dovettero gettarsi a terra per non essere visti da qualcuno a bordo dei velocissimi treni interurbani che uscivano dalla città. Poi, qualche ora dopo, nelle vicinanze della stazione di Greco Pirelli, avvistarono anche un elicottero della polizia. Ronzò per qualche minuto sulle loro teste come se li stesse cercando.
Si ripararono tra le foglie con gli occhi fissi al cielo plumbeo, ma l’elicottero continuò a girare. Poi, di colpo, iniziò a grandinare e  l’elicottero sparì verso sud virando e abbassandosi fino ai tetti dei palazzi vicini disabitati. I ragazzi si rilassarono, ma dopo aver preso qualche chicco in testa decisero di infilarsi in un sottopasso della stazione vicina.
C’era odore di piscio e muffa all’interno, ma i chicchi di grandine, rimbalzando sugli scalini, li obbligavano a ritrarsi il più possibile dentro il sottopasso. L’interno era molto scuro e pieno di feci: una fogna. Aspettarono, in silenzio e infreddoliti, sino a quando il rumore della grandine si fece più rarefatto.
«Avrà smesso?» domandò Baggio.
Nice si mise il palmo della mano vicino all’orecchio. «Non senti?»
«Cosa?» domandò Baggio.
Fu come se avesse fatto una domanda retorica. Subito dopo le urla si fecero più forti e Baggio vide sbucare in fondo alla scalinata, da dove erano entrati anche loro, un gruppo di ragazzini. Urlavano e avevano in mano dei bastoni.
Baggio si strinse vicino a Nice, come avrebbe fatto un bimbo impaurito con un padre, mentre i nuovi venuti si avvicinavano.
«Chi sono?» domandò.
«Sei pronto a dartela a gambe?» domandò Nice.
Baggio annuì, ma appena voltò lo sguardo verso l’uscita opposta del sottopasso notò la presenza di altri ragazzini. Avevano bloccato entrambe le uscite e Baggio si strinse ancora di più vicino a Nice. «Cosa vorranno?» domandò.
«Se non ci fanno secchi tra un po’ lo sapremo» disse Nice, mentre gonfiando i pettorali cercava di farsi più grosso. In queste condizioni era in grado di far paura pure a un uomo maturo. Infatti, i ragazzini non smisero di urlare in modo disordinato, ma arrestarono la loro avanzata verso i due ragazzi. Si disposero a semicerchio, pronti a investirli come la mischia di una squadra di rugby. 
A un tratto uno di loro tirò un bastone che sfiorò Nice vicino alla testa. Nice fece per reagire, ma Baggio lo trattenne per un braccio. Quasi per incanto, allora, le urla cessarono e dal branco avanzò un ragazzo, più o meno sulla diciottina: biondo, con i capelli dritti a cresta e un’incipiente barbetta sul mento affilato. Doveva essere il capo.
Osservò dapprima Nice nella penombra, cercando di pesare l’avversario, poi guardò Baggio con sicumera. Alla fine si girò e si rivolse a un tipetto della banda. «Sono loro?» gli chiese.
«No! E… era… erano più più ve… ve…vecchi» rispose il tipetto balbettando.
«Non sono loro quindi?»
Il tipetto negò con il capo.
Il biondo annuì e si avvicinò. «Vi è andata bene!»
«A voi è andata bene» sbraitò Nice.
Il biondo alzò le spalle. «Stiamo cercando due ragazzi che hanno violentato uno dei miei!»
«Sembriamo gente che violenta ragazzini?»
«Non siete di queste parti… Da dove arrivate?»
«A te che importa?»
Il biondo si girò versò i ragazzi della sua banda. «Abbassate i bastoni» ordinò, poi voltò di nuovo la testa verso Nice. «Non avete visto nessuno, dunque?»
Intervenne Baggio adesso. «Abbiamo dormito su una carrozza…»
«Stai zitto!» intimò Nice.
«Perché devo stare zitto… abbiamo dormito su una carrozza a Sesto, siamo diretti verso il museo della Scienza e delle Tecnica di Milano…»
Il biondo lo interruppe. «Abitate lì?» chiese dopo aver meditato tra sé.
Nice annuì con un gesto del capo. Stava mettendo da parte la sua aggressività.
«Non credo che possiate tornarci!»
«Perché?»
Il biondo rimase un attimo in attesa. Sospirò, poi invitò un altro paio di ragazzini a uscire del gruppo e farsi avanti. 
Baggio li osservò. Avevano i lineamenti sudamericani e parevano provati dalla stanchezza.
«Non sono dei miei» spiegò il biondo. «Li abbiamo incontrati stamani nel tunnel di Porta Garibaldi. Da quello che hanno raccontato deve esserci stata una battaglia paurosa la scorsa notte. Quei maledetti figli di papà si sono divertiti con dei fucili elettrici.»
«Cinque morti» interloquì uno dei sudamericani.
«Non credo sia salutare farsi vivi da quelle parti per qualche tempo. Potrebbe essere pieno di polizia… Non avete notato gli elicotteri?»
Nice alzò le spalle. «Temete la polizia?»
«Be’ abbiamo spesso a che farci… su, venite con noi?»
«Non abbiamo niente da darvi!»
«Abbiamo tutto quello che ci serve. Non temete… io sono Soriano» disse il biondo porgendo la mano a Nice.
Nice esitò, poi la strinse. Subito dopo toccò a Baggio stringere la mano. Poi i due ragazzi si presentarono al resto del gruppo.
Più tardi, al ritorno di alcuni ragazzi che Soriano aveva mandato in perlustrazione, il gruppo lasciò il sottopasso e uscì sulla panchina di fronte all’entrata della vecchia sala d’aspetto della stazione di Greco. Non pioveva più e stava schiarendo. Alcuni ragazzi si misero a giocare a calcio; Baggio, Nice, Soriano e qualche altro andarono invece a sedersi nella sala.
Soriano ordinò a un ragazzo di recuperare delle lattine di aranciata e qualcosa da mangiare.
Nice e Baggio si guardarono perplessi. «Vedo che non vi manca nulla» constatò Nice sorridendo.
Soriano annuì. «Abbiamo chi pensa ai nostri bisogni... se starete con noi, la vostra vita potrebbe cambiare.»
«Dove vivete?» domandò Nice.
«Non molto lontano: nei magazzini di una vecchia fabbrica abbandonata subito dopo Precotto, andremo là stanotte, ma dobbiamo attraversare il viale Monza ed è meglio aspettare che faccia buio per farlo.»
Non fu un problema l’attesa. Oltre a una cesta di lattine di aranciata, comparve del vino in cartone. Qualcuno portò anche della birra, del pane a cassetta, un salame intero e del formaggio a sottilette.
Il gruppo mangiò molto lentamente, disturbato soltanto dai rari treni e dagli Harrier dei funzionari che lasciavano la città. Baggio bevve due lattine di aranciata all’inizio; quindi, dopo aver mangiato un po’ di pane e salame, passò al vino. Infine decise di bere un po’ di birra.
Non lo avesse mai fatto.
La prima bottiglia lo fece ridere. La seconda lo fece pisciare contro il muro da solo. La terza lo ubriacò senza speranza e, prima che tutti fossero pronti a partire per il Viale Monza, vomitava l’anima sulle sedie marce e scalfite dal tempo della sala d’aspetto. 

6 commenti:

  1. Sempre presente!
    Mi piace la caratterizzazione che stai dando ai personaggi,così come mi piace l'ambientazione orobica.
    Ciao

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  2. Grazie Nick: prezioso come al solito:-)

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  3. Che ansia per sti due bagai! (un conforto sapere che viale Monza ci sarà ancora fra vent'anni, chissà in che condizioni però!)

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  4. @ A breve ci saranno le lotte con le bande cinesi di viale Padova, ma presto nascerà anche una storia d'a...:-)

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  5. Letto :)

    La storia sta andando avanti bene, bravo. In pvt, come al solito, le segnalazioni :D

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