domenica 5 dicembre 2010

Il quarto capitolo

Milano: anno 2030. Baggio, dopo sette mesi, torna a casa per vendicarsi del compagno della madre che lo ha cacciato. Con lui c’è Nice, un ragazzone che ha incontrato nei meandri abbandonati della metropolitana. I due, dopo una corsa in moto, si fermano sul sagrato di una basilica  poco distanti dall’abitazione. La vendetta sembra a portata di mano, ma Baggio è teso e vorrebbe intontirsi con qualcosa: teme l’incontro con la madre più della rabbia che nutre per il patrigno.  Nice, però, gli infonde coraggio e alla fine salgono al sesto piano dell’appartamento dove Baggio viveva. Con dispiacere scoprono che l’uomo che vorrebbero eliminare  è assente, ma la madre, ormai del tutto fuori di testa,  li accoglie come se quasi nulla fosse accaduto. I ragazzi per qualche ora tornano a rivivere. Cenano, chiacchierano. Alla fine la madre di Baggio si addormenta, i problemi esistenziali dei ragazzi allora riemergono e i due non trovano di meglio da fare che fumare un po’ di hascisc.  
Noi siamo senza Dio
  
4

Baggio cercò in tutti gli angoli della casa qualcosa che potesse essere utile. Oltre a del cibo in scatola e alla Play Station Nove, si impadronì di una giacca in pelle del suo patrigno, dei profumi da donna nuovi di zecca e alcune creme per la pelle che sua madre teneva in un beauty case vicino al comodino. La donna dormiva talmente forte che non si accorse neppure quando lui entrò in camera da letto a prenderle. Doveva essere esausta o forse, come sosteneva Nice, non gli fregava niente di lui.
Dopo aver preso le creme, Baggio si fermò sulla soglia della stanza e la osservò dormire. Gli parve di guardare una bambina. Sua madre faceva una tale tenerezza che se non fosse stato stravolto come una scimmia si sarebbe messo a piangere.
Gli pareva impossibile che non lo amasse. Nice aveva torto questa volta. Sua madre era una povera vittima e Nice, probabilmente, era soltanto invidioso. Se suo padre fosse stato ancora vivo, ora non sarebbe stata in quelle condizioni. Neppure lui lo sarebbe stato. Sarebbero stati felici.
Lo era stato una volta. Era passato del tempo e si rendeva conto che non sarebbe più ritornato quel periodo, ma ricordava quando suo padre tornava dal lavoro e giocava con lui.
Sembrava ieri.
Era bello vivere allora. Non aveva dimenticato quando suo padre lo osservava palleggiare nel campetto sportivo vicino a casa e gli sembrava ancora di sentire le sue urla di incitamento ogni volta che dribblava gli avversari neanche fossero birilli. Ricordava quando gli aveva affibbiato il soprannome che si portava ancora addosso e tante altre cose belle e piacevoli, ma dovette evitare di continuare a pensarci quando vide Nice arrivare dal corridoio.
Nice aveva in mano uno zaino da montagna. «Hai trovato altra roba?»  gli chiese.
Baggio gli consegnò il giubbotto, le creme e i profumi. Il cibo lo tenne con sé.
Nice scrutò la merce con attenzione prima di infilarla alla rinfusa nello zaino.  
«Vanno bene?» domandò Baggio.
«A parte il giubbotto di pelle…» disse annuendo con il capo. Poi guardò il sacchetto di plastica che Baggio aveva in mano. «… che altro porti?»
«Del cibo in scatola.»
«Mettiamo tutto nello zaino.»
Baggio glielo cedette malvolentieri.
Nice sorrise. «Saluta la tua mamma adesso!»
Baggio non rispose. Non gli piaceva Nice quando parlava in questo modo. Era inutilmente cattivo. Un comportamento del genere, di solito, lo mandava in paranoia.
Però aveva ragione. Dovevano andare e osservò di nuovo sua madre nel letto. Non ebbe il coraggio di svegliarla. Immaginò cosa avrebbe pensato l’indomani quando non lo avrebbe trovato. Poi si girò e andò verso il bagno.
Dopo che si era lavato, era girato scalzo per casa e ora aveva bisogno delle scarpe. Sapeva che sua madre usava sistemarle sul davanzale della finestra del bagno. Infatti, stavano lì. Le prese e le calzò senza allacciarle. Poi fece per andare verso il corridoio, ma si trattene e prima di lasciare il bagno si guardò nello specchio. Fu un gesto istintivo, dovuto a una vecchia abitudine più che una reale ed effettiva esigenza. Si osservò come in una fotografia e ciò che vide non gli fece piacere.
Raggiunse Nice che lo aspettava sulla soglia d’uscita. La porta era spalancata e Nice aveva acceso la luce interna sul pianerottolo. Si era messo in testa un panama bianco. Sembrava avere una fretta del diavolo. Sulle spalle aveva lo zaino carico come quello di un alpinista in partenza per una cima Himalayana.
«Non essere depresso» gli disse.
Baggio scosse la testa.  «è andato tutto al contrario.»
«Torneremo un’altra volta. Te lo prometto. Non la passerà liscia.»
Scesero da basso e una volta giunti in fondo alle scale, prima di  aprire il portone, spensero la luce interna per cautela: fecero la cosa giusta.
I poliziotti erano sul sagrato della chiesa. Significava che erano a una distanza di duecento metri dal palazzo.  Baggio ne contò sei. Tre erano a bordo dell’autoblindo, altri due armeggiavano con il loro motorino e uno, il capo pattuglia a prima vista, si guardava attorno come un gufo. Indossavano  la mimetica notturna antisommossa, con il giubbotto antiproiettile nero e l’elmetto con la visiera che copriva per intero il volto. Si mimetizzavano con l’asfalto scuro e con la penombra. Parlavano tra loro. Non avevano armi in mano, ma sembravano eccitati da come discutevano.
«Che facciamo?» chiese Baggio.
«Sss… parla piano» disse Nice. Si era levato il panama e lo aveva gettato all’interno del palazzo. «Potrebbero avere un rilevatore sonoro. Ci possono sentire quei maledetti. Non siamo molto lontani.»
«Ci staranno cercando?» domandò Baggio sottovoce.
«Non credo.»
«Che facciamo?»
«Non ne ho idea» rispose Nice sempre sottovoce. «Il motorino è perso.»
«Torniamo dentro» propose Baggio.
«No! Troppo rischioso. È probabile che siano qui per caso, ma finirebbero con il trovarci se non andiamo via. Potrebbero utilizzare degli occhiali a infrarossi o lanciare qualche sonda. Dobbiamo andare via… Conosci bene la zona?»
Baggio alzò le spalle. Era nato in quel quartiere. Conosceva tutti i buchi e magari sapeva pure dove trovare un rifugio. Ma dei poliziotti aveva paura: quei bastardi, tra le mani, avevano sempre qualcosa di nuovo.
«Trovami una strada dove l’autoblindo non possa passare» sussurrò Nice.
Baggio cercò di farsi un’idea. Guardò in entrambe le direzioni. C’era un vicolo subito dopo l’incrocio posto sulla destra del palazzo. Distava una decina di metri dall’incrocio. Il vicolo era soltanto pedonale, tagliava attraverso un isolato e si intrufolava tra i palazzi. C’era qualche muro da scavalcare, ma alla fine sbucava sulla strada che conduceva direttamente alla vecchia stazione ferroviaria. Arrivare in stazione voleva dire scomparire tra i binari e trovare un riparo sicuro in qualche vagone abbandonato per il resto della notte. C’era soltanto un problema da superare: giungere sull’incrocio senza farsi notare. Non sarebbe stato semplice. All’inizio sarebbero stati coperti dai cespugli del giardino e dai platani, ma una volta fuori dalle aiuole sarebbero stati immediatamente notati.
Occorreva un’altra idea. Serviva un po’ di fantasia. «Dobbiamo andare a sinistra» disse infine a Nice.
«A sinistra?»
«Più ci penso è più mi rendo conto che non abbiamo scelta.»
«Sei tu il padrone di casa!»
«Sai strisciare?»
«Strisciare?»
«Strisciare, come i serpenti.»
«Non c’è altra soluzione?»
«Non c’è altra soluzione.»
«Andiamo allora. Ti seguo.»
Baggio si sdraiò sull’erba. Strisciando avanzò verso un cespuglio laterale. Una volta che lo ebbe raggiunto si voltò verso Nice. Lo spronò a fare lo stesso. Poi sollevò un po’ la testa e tornò a guardare sulla piazza.
I poliziotti non si erano mossi. Forse non stavano in quella piazza per loro.  Per qualche strano motivo erano capitati in zona e la moto aveva fatto il resto. Doveva essere andata così. D’altronde era difficile trovarli in quel quartiere. In vita sua li aveva visti solo tre o quattro volte.
Da quello che sapeva, la polizia circolava solo attorno al quartiere universitario della Bicocca. I quei palazzi, puliti e con l’aria condizionata, abitava la gente da proteggere, non nei quartieri afosi e disabitati dei disperati. Anche se per Baggio la vera gente da proteggere era quella che apparteneva al suo mondo.
«Cosa fanno?» chiese Nice. Lo aveva raggiunto.
«Nulla. Si guardano attorno. Chissà cosa cercano?»
«Ora dove andiamo?»
«Continua a seguirmi» disse Baggio. Si sdraiò di nuovo a terra e riprese a strisciare.
La vista dei poliziotti gli aveva fatto svanire l’effetto dell’hascisc. Era irritato, ma aveva acquistato la lucidità necessaria per proseguire, sebbene Nice non fosse nelle stesse condizioni.
Nice era goffo nei movimenti e strisciava con la celerità di un bradipo. Dovevano strisciare ancora per almeno cinquanta metri prima di scomparire alla vista dei gendarmi. Di questo passo, avrebbe fatto giorno chiaro prima di arrivare in fondo all’isolato.
Ci volle più del dovuto, ma alla fine riuscirono a infilarsi nel cortile di un palazzo scavalcando un cancello arrugginito. Si fermarono nell’atrio a controllare cosa c’era. Malgrado alcuni topi, sembrava un posto sicuro. Ma non potevano fermarsi. Baggio lo sapeva benissimo.
Ripresero fiato, poi attraversarono la corte interna e salirono attraverso le rampe della scala antincendio sino al tetto. Si fermarono tra i resti delle antenne, delle parabole televisive e mucchi di tegole incatramate.
Nice sedette sullo zaino. Era grosso ed era evidente che faticasse quando doveva salire le scale trasportando un peso. Baggio sorrise e lo lasciò riposare. Nel frattempo si sporse dal cornicione e perlustrò il tetto sul lato opposto da dove erano saliti. Voleva verificare se c’era qualche possibilità di fuga verso il basso. Controllò con attenzione, ma la situazione che si presentò fu piuttosto difficile.
Non c’era una scala antincendio su quel lato e il palazzo più vicino era staccato di circa quattro metri. Un balzo non da poco per dei ragazzi. L’unico vantaggio era dato dal fatto che era a un livello inferiore di qualche metro e aveva il tetto completamente piano, sebbene fosse di cemento. Significava che una buona rincorsa  gli avrebbe garantito il salto senza correre rischi.
Ovviamente, prima di saltare, cercò di individuare in lontananza la stazione ferroviaria. Non voleva saltare sopra un tetto che non conosceva e rischiare di cacciarsi in una situazione più difficile. Sapeva che la stazione si trovava a nordest. In linea d’aria poteva distare un paio di chilometri. Il guaio è che non c’era una luce che la segnalasse nella foschia dell’alba e bisognava andare a spanne. Ora non era molto sicuro della direzione. Non saliva su questi tetti da un bel poco di tempo. Si rendeva conto che molto era cambiato e non era certo di trovare ancora tutti i passaggi  di una volta.
Inoltre mancava il tempo. Nel giro di un’ora la città si sarebbe riempita di gente. Tra poco avrebbero cominciato a funzionare le linee metropolitane e il cielo si sarebbe riempito di Harrier e di elicotteri privati. Non potevano rimanere in bellavista sui tetti. Sarebbero stati scoperti prima o poi.
Non c’era altro da fare. L’unica soluzione era fare un balzo sul tetto adiacente senza perdere tempo. Strappò lo zaino sotto il corpo di Nice e, ancora prima che Nice capisse cosa stava succedendo, lo lanciò con tutta la forza che aveva in corpo sul tetto vicino.
Lo zaino si insaccò, per il peso, senza rotolare; poggiò sulla soletta di cemento come un pallone sgonfiato. Baggio lo guardò un attimo incerto. Magari qualcosa si era rotto toccando terra ma non tentennò a lungo. Era meglio perdere della merce che farsi beccare da una pattuglia di ronda e si preparò a raggiungere lo zaino. Trattenne il respiro, poi partì come una molla.
Si trovò in terra dall’altra parte quasi senza saperlo e la prima cosa che fece fu quella di ridere. Si rese conto che ce l’aveva fatta. Aveva preso una bella botta cadendo, ma ce l’aveva fatta. Ora poteva godersi lo spettacolo con Nice.
Nice non aveva ancora capito nulla. Era evidente che non avesse la sua agilità nel fare certe cose. Per lui non sarebbe stato difficile, ma era molto divertente vederlo dubbioso.
«Che stai aspettando?»
«Tu sei matto» disse Nice.
«Muoviti!»
«No! Tu sei tutto matto!» 
«Dài!»
Nice non prese tutta quella rincorsa. Baggio riuscì a scorgere la sua testa mentre aspettava che partisse. Pensò addirittura che non ce l’avrebbe fatta. Poi sentì Nice fare un urlo sovrumano e subito dopo lo vide volare come un’ombra nel cielo che iniziava ad albeggiare. Ricadde lì vicino come un sacco di patate e rimase a terra qualche secondo intontito.   
Insieme, dopo, assonnati e rabbiosi, presero la strada per la stazione. Ci giunsero una decina di minuti prima che sorgesse il sole all'orizzonte e tra le file di binari morti, cercando di non fare rumore, cercarono un riparo dove trascorre la giornata.

4 commenti:

  1. Letto anche il cap.4.
    Sbaglio o Nice sta cominciando a smentire il suo nomignolo?
    Da quello che leggo adesso è Baggio che comincia a prendersi cura di lui.

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  2. Be' grazie Nick, per la lettura... la fase preparatoria, con l'introduzione dei personaggi, è quasi finita:-)

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  3. Letto, si fa interessante, bel capitolo :)

    In pvt le segnalazioni.

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