domenica 28 novembre 2010

Il terzo capitolo

Milano: anno 2030. Baggio, dopo sette mesi, torna a casa per vendicarsi del compagno della madre che lo ha cacciato. Con lui c’è Nice, un ragazzone che ha incontrato nei meandri abbandonati della metropolitana. I due, dopo una corsa in moto, si fermano sul sagrato di una basilica  poco distanti dall’abitazione. 

La vendetta sembra a portata di mano, ma Baggio è teso e vorrebbe intontirsi con qualcosa: teme l’incontro con la madre più della rabbia che nutre per il patrigno.  Nice, però, gli infonde coraggio e alla fine salgono al sesto piano dell’appartamento dove Baggio viveva. Con dispiacere scoprono che l’uomo che vorrebbero eliminare  è assente, ma la madre, ormai del tutto fuori di testa,  li accoglie come se quasi nulla fosse accaduto.

Noi siamo senza Dio

3

Rimasero a lungo a chiacchierare in cucina. Baggio, sazio e riposato, non distoglieva lo sguardo da sua madre. Lei ricambiava e lo adorava come una tonta, con i piatti da sciacquare ammucchiati nel lavandino. Intanto parlava. Spalancando gli occhi, disse che non aveva sonno. Poi sussurrò a Baggio che non lo avrebbe mai più lasciato. Ogni tanto le scendeva una lacrima sul viso, ma non la smetteva di chiacchierare. Aveva un tono equilibrato e gli confidò cosa aveva in mente di fare.
L’indomani, quando il suo convivente sarebbe tornato dal lavoro, avrebbe chiarito tutto. Non poteva sopportare di assistere a un altro litigio tra i suoi amori. Li avrebbe obbligati a fare la pace. Disse che i figli sono un dono di Dio e dovrebbero crescere felici ed essere amati più di ogni altra cosa al mondo.
«Lo capisci?» chiese mentre si asciugava le mani sul grembiule.
Baggio annuì senza pensare.
«Mi curerò e guarirò, ma non ti lascio scappare un’altra volta. Sarò una madre perfetta. Dovranno passare sul mio cadavere per portarti via» disse, prima di voltare di scatto il capo verso Nice. «Neppure tu andrai via» gli intimò con l’indice della mano destra.
Nice la soppesò con un’espressione stupita, ma Baggio non intervenne. Era evidente che sua madre lo stava chiedendo per mera convenienza.
Ma lei insistette. «C’è un letto nella sua camera, ci starai benissimo… però sei un po’ grosso. Forse è meglio se dormi sul divano. Ti piacerebbe dormire sul nostro divano in salotto?»
Nice alzò le spalle.
«Starai benissimo. Non saresti il primo a dormirci e ti sentirai un pascià. Sai chi è un pascià?»
Nice questa volta annuì un po’ perplesso, ma la donna continuò. «Dopo metterò delle lenzuola pulite.»  
Poi disse un sacco di altre idiozie. Raccontò quello che le passò per la mente. Per un effetto degli ansiolitici, ogni tanto si interrompeva e restava lì in fissa, come il blocco immagine di un film. Finché riprendeva le sue litanie, ma parevano più sciocchezze che cose sensate e parlava come una bimba viziata parla ai suoi bambolotti.
Disse a Baggio che un giorno lo avrebbe rimandato a scuola. Doveva andare a scuola. Era essenziale se voleva avere un futuro al giorno d’oggi. Baggio ci sapeva fare a scuola spiegò a Nice. Conosceva le capitali del mondo intero e sapeva quali fossero i problemi del clima. Anche con la matematica non scherzava. Una volta era stato premiato per come sapeva fare i conti. Un ragazzo del genere non poteva finire sotto i ponti a dormire. Gli aveva sempre dato un sacco di soddisfazioni. Disse che era un bravo ragazzo e tra qualche mese sarebbe stato un perfetto fratello maggiore.
Baggio era un figlio perfetto.
Adesso, però, era ritornato a casa e non lo avrebbe più lasciato. Aveva sofferto la sua mancanza e non voleva soffrire ancora. Baggio era la sua ragione di vita. Per l’ennesima volta disse che avrebbe sistemato tutto con il suo compagno e cercò di convincere Nice sul fatto che non era un uomo cattivo. Gli disse che doveva conoscerlo per farsi un’idea. Gli sarebbe piaciuto. Se avesse avuto tempo e voglia di aspettare l’indomani lo avrebbe incontrato. Bisognava conoscerlo per poterlo giudicare.
Poi raccontò alcune cose riguardo alla politica e al governo e a quella idiozia dell’impianto a energia solare. Disse che aveva spopolato il quartiere e che ora, con il buio, aveva paura a uscire. Era stufa di sentire l’abbaio dei cani randagi nella notte. Ma presto anche lei sarebbe andata a vivere nei nuovi centri residenziali in riva al lago come faceva la gente perbene e Baggio sarebbe andato con lei.
Continuò a parlare in maniera distratta finché di colpo s’interruppe come se dentro la sua testa fosse suonata una campana o scattato una molla. Era tardi ed era giunto il momento di andare a dormire. Ma domani avrebbero parlato ancora. Disse ai ragazzi che voleva sapere tante cose. Voleva sapere come avevano vissuto. Adesso con lei sarebbero ingrassati come oche in una fattoria. Poi si alzò e di botto dimenticò chi era e cosa stava dicendo; mollò i ragazzi, imboccò il corridoio e si chiuse nella sua camera da letto, come se all’improvviso avesse avuto a che fare con degli estranei.
Erano le tre di notte.
Baggio non disse nulla. Si era abituato a questi bizzarri comportamenti. Sua madre diceva immense sciocchezze e alla fine si addormentava come una neonata dopo una bella poppata. Non era cambiato nulla da ciò che già conosceva. La donna stava male di testa quando era scappato a Natale e la faccenda non era evoluta  in meglio. Anzi, aveva la sensazione che fosse solo peggiorata. C’era da chiedersi come poteva fare a vivere da sola in cima a un palazzo di sei piani, senza combinare disastri nello stato mentale in cui viveva. Non c’era neanche una via di fuga all’esterno. Quel bastardo aveva proprio un bel sangue freddo a lasciarla sola.
Accidenti, pensò, era davvero una rogna che non ci fosse. Comunque la faccenda era solo rimandata. Eccome! Non avrebbe avuto scrupoli a far fuori il suo patrigno  in un’altra occasione. Aveva studiato un piano per giorni e non avrebbe mandato tutto al diavolo. Sapeva come agire. Con l’aiuto di Nice nulla gli faceva paura.
Lo guardò. Pulito e con il talco addosso pareva un giovanotto pronto per andare in discoteca. Era felice che sua madre lo avesse invitato a restare e avrebbe voluto essere un tipo tosto e forte come lui. Avrebbe saputo cosa fare e non si sarebbe sentito così depresso, in quel caso. Lo guardò di nuovo.
Nice se ne accorse, sorrise e Baggio cedette. «Dài brasiamo qualcosa!» supplicò. «Abbiamo aspettato sin troppo.»
Nice si alzò, fece qualche passo in direzione della porta e si fermò appoggiandosi allo stipite. Spiò verso il corridoio.  «C’è ancora la luce accesa. Tua madre?» chiese.
«Non si accorgerà neppure.»
Nice lo guardò strano. «Sei sicuro?»
«Sì. Starà già dormendo. Dorme con la luce accesa quando è sola. Dormirà sino a domani a mezzogiorno.»
Nice annuì. Tornò vicino alla sedia. Nel mentre tolse della carta stagnola da un portafoglio che teneva nei calzoni. Dentro il portafoglio aveva un pezzo di afgano nero. Lo guardò in controluce e disse a Baggio che lo aveva recuperato il giorno prima in piazza Duomo vicino al monumento multimediale creato appositamente per le previsioni meteorologiche. Posò il fumo e l’accendino sul tavolo, poi si mise a cercare qualcosa nel pacchetto di sigarette.
Baggio lo guardò eccitato. 
«Ho perso le cartine» disse Nice.
«Scherzi?»
«Credevo di averle nel pacchetto. Non ci sono.»
«Io devo fumare!» implorò Baggio.
«Tua madre non ha nulla?»
«Non fuma la mia mamma» disse Baggio.
«Avrà qualcosa di utile?»
«Cosa?»
Nice bestemmiò ma non si perse d’animo. Con lo sguardo cercò qualcosa di utile in vista. Non smise di bestemmiare ma alla fine si alzò e afferrò una bottiglia di vetro posta sopra uno degli scaffali.  Baggio non gli tolse lo sguardo di dosso.
Nice, però, si arrangiò da solo. Ruppe la bottiglia di vetro battendola sullo spigolo del davanzale, salvandone solo il collo. Rischiò di ferirsi ma ne fece un bocchino simile a un cylon. Quando lo ebbe assestato alla meglio,  lo mostrò a Baggio.
Si spostarono in salotto e Nice posò sul tavolino ciò che aveva in mano. Si diede da fare per sciogliere l’afgano allora, scaldandolo con l’accendino. Mentre lo scaldava, lo schiacciò con il pollice. Poi mischiò il pezzo di hasciss disciolto con il tabacco di una sigaretta e, dopo aver infilato dapprima una moneta, aggiunse l’impasto nel collo della bottiglia con cura, facendo attenzione che nulla andasse perduto. Quando fu pronto per il rituale, passò ciò che restava della bottiglia a Baggio.  
Baggio si mise in posa come un asceta. L’accensione era un suo privilegio questa volta. Aveva davvero bisogno di fumare. Non si trattava soltanto di un semplice piacere questa notte. Strinse nella mano destra il collo della bottiglia, tenendolo in posizione verticale e aspirò più volte, succhiando l’aria, attraverso il pugno socchiuso. Aspirò finché vide il miscuglio colorarsi di rosso e fare fumo.
Aspirò con più forza allora e a questo punto sentì una vampata di fumo penetrare nei suoi polmoni come un’onda di marea improvvisa. Riuscì a non tossire ma quando ebbe espirato il fumo che aveva mandato dentro ed ebbe passato la pipa artigianale a Nice capì che la roba aveva già fatto effetto.
Era sballato come una pigna. Molto più euforico da come si era sentito altre volte. Sentiva di avere gli occhi gonfi e di essere strano e contento. Doveva essere roba assai buona perché lo sballo era stato quasi istantaneo o, forse, la sensazione di piacere era dovuta al fatto che non aveva mai fumato in casa sua.
Era bello fumare in casa sua. Gli pareva quasi di non essere mai andato via. Non era come stare nascosto in un parco. Era senza dubbio un’esperienza nuova.
C’erano tutti i suoi mostri, allineati sulla credenza, uno ad uno. Credeva fossero vivi. Li osservava e vedeva che lo guardavano in modo strano. Ce ne stava uno con le corna di una renna. Erano stati i soli amici per anni.
In ogni caso stava bene. Stava bene come mai lo era stato quel giorno e Nice aveva un’espressione soddisfatta che gli ricordava suo zio con i capelli corti: era quasi uguale. Uno zio che si era fatto buddista ed era scappato in India alla ricerca di una nuova dimensione di vita. Sua madre diceva che era un balordo, ma forse non era vero. Chissà se l’aveva trovata la vera vita. Chissà se era ancora vivo. Gli sarebbe piaciuto rivederlo ora. Magari era diventato un sant’uomo pieno di passione.
Chissà perché ci pensava. A volte quando era troppo fumato pensava a cose con una lucidità periscopica e non è detto che faceva bene. Non faceva bene pensare a suo zio, perché non lo avrebbe più visto. Come non avrebbe più visto suo padre. D’altra parte erano fratelli. Si mise a ridere.
«Buono» convenne Nice.
Baggio non smise di ridere. Aveva le palpebre rosse e gonfie.
«Davvero buono» ribadì Nice.
«Bisogna trovarne ancora» disse Baggio rifiatando.
«Come?»
«Barattiamo il motorino.»
Rise anche Nice adesso. «Con la faccia che ti ritrovi? A chi?»
«A Ciuenlai.»
Nice continuò a ridere per qualche secondo, poi all’improvviso smise. Tornò serio e scosse il capo. «Ci vuole qualcosa d’altro per lui ora che mi ci fai pensare» disse, poi si alzò e si guardò attorno. Guardò nella vetrina del salotto. Ci vide delle belle porcellane e una batteria di posate particolari ma non sembravano adatte a essere barattate. Si mise ad aprire i cassetti allora. «Non c’è qualcosa da portare via?» chiese. «Avrà qualche gioiello tua madre.»
Baggio alzò le spalle. Il riso si era trasformato in sorriso adesso. «Posso prendere i miei videogiochi e scambiarli. Se non basta, potrei cercare di barattare con qualcuno la Piessenove.»
«Hai una Play Station?»
«Già.»
«Una Piessenove?»
«Sì.»
«Nuova?»
«Sì.»
«Nuova quanto?»
«Dell’anno scorso.»
«Perché non me ne hai parlato?»
«Non me l’hai chiesto?»
Baggio capì che Nice stava pensando tra sé. Intuì che i pensieri erano gli stessi dei suoi. Logico. Una Play Station era un oggetto formidabile da barattare. Era piccola e quindi facilmente trasportabile. Molto meglio di una moto. Che stupido era stato a non pensarci prima. Con la moto c’era sempre il problema di  trovare del carburante. Non tutti erano in grado di farlo e presso le pompe regolari rifornirsi senza carta era un problema da non sottovalutare. Magari una moto poteva far gola a qualche gruppo organizzato con protezioni in alto.
Ciuenlai, una moto, comunque, non l’avrebbe presa volentieri. Era più balordo di loro. Inoltre si muoveva sempre a piedi. Magari si sarebbe preso la Piesse, ma con Ciuenlai, Baggio, non avrebbe barattato manco uno dei suoi vecchi fumetti.
«A cosa pensi?» chiese Nice.
«Alla PS9!»
«Anch’io ci pensavo. Potrebbe servirci. Prendila!»
«Adesso?»
«Vuoi fermarti a dormire?»
«Perché no? Non ti piace mia madre?»
Nice si alzò e lo squadrò perfido. «Vuoi che me la faccia?»
Baggio arrossì. Non gli piaceva Nice quando parlava in questo modo. Lo osservò mentre gli stava di fronte. Poi rise di nuovo. Non connetteva.
«Dobbiamo andarcene» disse Nice. «Prendiamo ciò che ci serve e andiamo via.»
«E la mia mamma?»
«Non ti vuole la tua mamma. Mettitelo in testa.»
Baggio rimase di sasso.  Non gli piaceva Nice quando cambiava umore. «Perché non dovrebbe volermi?»
«Non fare il frignone. Io capisco quando fingono di volermi. Svegliati!»
«E con il mio patrigno cosa faccio?»
«Torneremo un’altra volta» disse Nice. 
«Non hai sonno?»
«Svegliati Baggio, la tua mamma finirà per consegnarci alla polizia.» 

Continua... 

4 commenti:

  1. Letto. Buono anche questo capitolo, hai reso bene la scena e hai introdotto elementi che fanno incuriosire il lettore.

    In pvt le segnalazioni :)

    RispondiElimina
  2. Questo mi sa,di un capitolo preparatorio verso la prima delle catastrofi che aspettato i protagonisti.Con le conseguenze delle loro azioni pronte ad abbattersi verso Nice e Baggio.
    O sbaglio?

    RispondiElimina
  3. Nel prossimo capitolo lo scenario cambia, l'avventura epica di Baggio comincia a delinearsi anche se è assai diversa da quello che l'istinto tende a suggerire:-)

    RispondiElimina