domenica 21 novembre 2010

Il secondo capitolo

Milano: anno 2030. Baggio, dopo sette mesi, torna a casa per vendicarsi del patrigno che lo ha cacciato. Con lui c’è Nice, un ragazzone che ha incontrato nei meandri abbandonati della metropolitana. I due, dopo una corsa in moto, si fermano sul sagrato di una basilica  poco distanti dall’abitazione. La vendetta sembra a portata di mano, ma Baggio è teso e vorrebbe intontirsi con qualcosa. Del fumo magari. Nice, però, lo sconsiglia mentre, del tutto incurante della situazione, gioca a calcio con una lattina vuota raccolta sulla piazza.

Noi siamo senza Dio

2

Baggio lo guardò di nuovo. Adorava Nice, e non soltanto perché sembrava molto più maturo dei suoi sedici anni. Era forte, bello e scuro di carnagione. Pesava almeno un quintale e aveva il naso gonfio, come quello di un clown, per le anfetamine e le altre porcherie che era solito sniffare. Incuteva paura, ma per lui era un altro dio al pari di suo padre.
Nice, una volta, gli aveva raccontato che viveva nel branco da quando aveva dodici anni. Non era mai più tornato a casa e non sapeva che fine avessero fatto i suoi genitori. Potevano anche essere morti, tanto a lui non importava poiché non li aveva mai amati. Era una conseguenza dovuta al fatto di essere stato adottato: d’altra parte i suoi vecchi gli erano sempre apparsi troppo anziani e dementi per essere davvero dei genitori naturali. Era scappato di casa, quando non li aveva più sopportati e, in quella fuga, gli aveva sottratto tutto l’oro e i preziosi che avevano. Per tre anni era vissuto come un nababbo, tuttavia negli ultimi tempi, pure per lui, la vita si era fatta dura.
Un’altra volta gli aveva confidato che non ricordava il suo nome reale: cioè lo ricordava, ma  non voleva essere chiamato a quel modo. Lo aveva cancellato. Nel branco lo chiamavano Nice per via di un tatuaggio – con questa scritta – che aveva impresso sulla spalla sinistra; un tatuaggio che, nelle notti estive, era sempre in prima vista, grazie alle felpe smanicate che era solito indossare. Lo aveva sin da piccolo, ma non ne conosceva il significato.
Questo appellativo, però, gli piaceva molto più del suo vero nome di battesimo. Lo considerava quasi un nome d'arte, sebbene non sapesse come si pronunciasse con esattezza. In ogni caso lui rispondeva a tutti: sia a chi lo chiamava  così come era inciso sulla sua pelle sia a chi lo scandiva all’inglese.
Baggio apparteneva alla schiera di ragazzini che usavano pronunciarlo alla prima maniera e adesso si rivolse a lui per dirgli che era pronto.
Nice lasciò perdere la lattina. «Allora possiamo andare» convenne.
Baggio sorrise. La calma di Nice gl’infondeva coraggio. Annuì e, con lui, si spostò sull’altro lato della piazza. Sembrava che le cose stessero andando per il meglio. Se  avesse potuto fumare, forse, sarebbe stato più convinto, ma andava bene lo stesso. In fondo non occorreva molto tempo. Doveva solo recitare la commedia. Venti minuti, magari qualcosa in più e avrebbe sistemato la storia nella maniera che desiderava. Ne era certo. Inquadrò il palazzo a metà isolato e si diresse verso il giardino che lo separava dalla strada. Nice lo seguì.
Attraversarono il viale porgendo attenzione alla telecamera posta all’angolo dell’incrocio. Era accesa e ruotava il monitor verso di loro alla ricerca di variazioni di calore come la lingua di un serpente. La telecamera emise un suono sordo e parve captare la presenza dei due ragazzi. Arrestò la rotazione attorno all’area. Ma si trattò di un falso allarme, perché poco dopo riprese a ruotare in maniera lenta e ossessiva. I ragazzi allora ripresero il passo, superarono il cancello, attraversarono l’aiuola e si fermarono di fronte al portone d’entrata di un palazzo ricoperto da scritte sconce.
Nice scrutò l’atrio con attenzione. «Abitano qui?» chiese.
«Stanno al sesto piano» disse Baggio.
«Ci abita qualcun altro?»
«L’anno scorso vivevano soli.»
«Staranno dormendo?»
«A mezzanotte? Lui, forse. Non la mia mamma.»
«E se non ti fanno salire?»
«Mi fanno salire. Stai tranquillo. Ma nasconditi, non vorrei che si affacciassero.»
«Mal fidenti» disse Nice sogghignando.
Baggio attese che Nice si riparasse sotto una sporgenza del palazzo in modo che non fosse possibile vederlo dall’alto, poi suonò il campanello. Non dovette aspettare molto tempo prima di sentire la voce di sua madre.
«Chi è?»
Baggio si sentì mancare: ecco perché desiderava essere drogato. Gli parve di sentire il proprio sangue gelare di colpo. In questi sei mesi di libertà, la persona che più gli era mancata era stata sua madre. Degli altri parenti e della marmaglia vicina non gli importava un fico secco, ma lei  gli era mancata veramente. Più di una volta si era trovato solo nella notte a singhiozzare pensando a lei. Forse perché a tredici anni non si era ancora uomini. Aveva temuto questo momento e ora non aveva il coraggio di rispondere.
«Allora?» udì di nuovo.
Baggio esitò qualche secondo, poi rispose trattenendo a stento il magone in gola. «Sono io.»
«Tu?»
«Io!»
«No… non…»
«Ciao mamma… puoi aprirmi?»
Il portone si aprì di colpo senza che lui chiedesse o implorasse perdono o facesse qualche altra richiesta. Lo sospinse con tutta la forza che aveva nelle spalle e lo tenne aperto invitando Nice a uscire in fretta dal suo rifugio. Entrarono e si fermarono nell’atrio del palazzo, dove una volta c’era stata la portineria.
Non ci stava più nessuno da due anni e aveva un odore stantio di muffa. Lo sgabuzzino del portinaio era coperto da un mucchio di ceste per la frutta. Adesso anche l’ascensore era fuori uso e c’era un cartello affisso, evidenziato da un piccolo segnale rosso rifrangente, che ne vietava l’uso. Sembrava messo di recente. Probabilmente era stato collocato dal suo patrigno negli ultimi mesi. Accennava a problemi di sicurezza, ma Baggio sapeva che dipendeva dalla scarsa corrente elettrica che si poteva utilizzare in questi vecchi palazzi umidi e mezzi disabitati.
«Era lui?» chiese Nice.
«No, la mia mamma» disse Baggio. «Ricordi cosa devi fare?» 
Nice toccò il manico del coltello che aveva infilato nella cinta sul fianco e annuì.
«Del porco non m’importa, ma ti prego, qualsiasi cosa succeda, non fare del male a lei.»
«Lascia fare a me.»
Baggio sospirò. «Come ti sembro?»
«Biblico, anche se non so cosa significa!»
Risalirono le scale interne del palazzo al buio. Baggio davanti, confuso e teso come una corda di violino, e Nice qualche scalino dietro di lui.  Sentirono una porta aprirsi e poi videro una luce accendersi qualche piano sopra. Poco dopo avvertirono dei passi echeggiare nella tromba.
Per Baggio fu di nuovo una tortura. Nei sei mesi passati in strada era cresciuto in fretta e aveva imparato a farsi rispettare, ma i sentimenti che dovette soffocare mentre saliva la rampa interna furono inimmaginabili. Non avrebbe mai creduto di potersi sentire in questa condizione. Ogni scalino che superava era un ricordo e ogni ricordo era legato a una carezza che aveva ricevuto oppure a un regalo o a qualcosa che nel passato lo aveva reso felice. Sapeva che non era giusto ciò che stava per fare. Sapeva che non era giusto ingannare sua madre, ma l’odio che provava per quell’uomo era vero e profondo. Era un odio che aveva nutrito, giorno dopo giorno e non solo da sei mesi.
Baggio si fermò appena scorse sua madre in attesa sul pianerottolo nella penombra in piedi. Si sentì come impietrito di colpo e non riuscì a proseguire.
Anche sua madre le parve turbata. Vedersi ricomparire un figlio dopo tanto tempo, a mezzanotte, e senza preavviso, non doveva essere un’emozione semplice da superare neppure per una donna svitata. Pure lei non riusciva a muoversi e lo guardava. Lo guardava come quando lo coccolava da bambino.
Non parlarono per qualche istante – istante che a Baggio parve eterno – poi lei disse: «Vieni avanti e fatti vedere bene.»
Baggio avanzò.
«Oh, Dio come sei cambiato. Sei secco come una cavalletta. Sembri un altro bambino.»
Baggio la guardò. Gli dava fastidio che lei lo prendesse ancora per un bambino, ma non si offese. Stava pensando ad altro e non poté fare a meno di fissarla.
Gesù era davvero bella sua madre. Magari si sbagliava ma per lui era così. Non la ricordava così graziosa e non la ricordava così giovane. Forse le mancava da troppo e troppo e troppo tempo o magari era soltanto un effetto della felicità del momento. Non poteva fare a meno di ammirarla.
Sua madre indossava un vestito a fiori rosa con le spalline sottili e una sfilza di bottoncini sul davanti. Aveva delle ciabatte estive ai piedi e portava i capelli, raccolti, sulla nuca; sembravano molto più scuri di come lui ricordava, ma forse erano solo tinti. Aveva una ciocca grigia che scendeva sulla fronte. Più che un dispiacere, però, sembrava un vezzo.
«Lasciati abbracciare» lei disse.
Baggio guardò verso la porta d’ingresso.
Sua madre intuì al volo. Sorrise. «Non avere paura, non c’è. È uscito!»
 Non c’è? Come? Baggio ritornò improvvisamente alla realtà. Questa informazione cambiava completamente la faccenda. «Dov’é finito?»
«è fuori per lavoro… tornerà domani sera. Su, vieni qua e abbracciami.»
«Perché non lo pianti?»
«Non posso.»
«è un bastardo.»
La donna rise in modo fatuo. «Non posso lasciarlo.»
«Sì che puoi.»
Sua madre si guardò il ventre dapprima, poi ci mise sopra le mani e lo accarezzò. Guardò Baggio allora.
Baggio non fece una piega. Sapeva bene come stavano le cose. «Non posso credere che ti metta le mani addosso.»
«Vieni qua e non ci pensare» disse lei, «lasciati abbracciare. Mi sei mancato tanto!»
Baggio non resistette. Pensò quasi di commuoversi, ma quella debolezza durò solo un attimo. Quando si accorse che sua madre lo stava stringendo troppo e cominciava a diventare patetica si staccò. Fece un passo indietro e si ritrasse contro la ringhiera delle scale. Non era venuto per fare una festa. Era salito con il chiaro e limpido intento di fare la pelle a una persona. Ora questa persona non c’era e questo dettaglio lo rendeva insicuro e arrabbiato.
«Che ti succede?» chiese sua madre perplessa.
Baggio non rispose. Non sapeva cosa fare in realtà. Poi sentì un rumore alle sue spalle. Lo stesso rumore sentì la donna perché scosse il capo. Il rumore veniva dalle scale.
Baggio vide sua madre guardare d’istinto verso le scale e fece lo stesso. Adesso, l’ombra di Nice si era ingigantita, come un mostro antico uscito dalla terra, nell’alone creato dalla luce sulle scale e Baggio capì che sua madre era spaventata.
«è un mio amico» disse. Fece un cenno verso Nice. «Vieni! Non serve stare nascosto. Non c’è il bastardo.»
Nice salì gli ultimi scalini. Era tranquillo come un toro  mansueto. Si mise alle spalle di Baggio, rimpicciolendo la sua ombra; rimaneva, tuttavia, quasi mezzo metro più alto.
«Che ci fai con lui?» chiese sua madre.
«Sarei morto senza il suo aiuto» disse Baggio.
La donna osservò Nice.
Baggio vide che soffermò gli occhi sul tatuaggio, ben visibile, nonostante la luce fioca presente sul pianerottolo.
«Devo ringraziarti allora»  disse la donna.
Nice alzò le spalle.
La donna scosse il capo. «Siete venuti per lui, vero?»
«Non merita di vivere» disse Baggio.
«Non essere sciocco. è il padre di tuo fratello.»
«Io non ho fratelli… io non ho nessuno» disse Baggio.
La donna scosse la testa di nuovo e sorrise. Lo guardò  con tenerezza, poi disse: «Entrate, su… Avete mangiato?»
Baggio alzò le spalle.
«Avete mangiato?» chiese di nuovo sua madre.
Baggio negò con il capo questa volta e Nice fece lo stesso. Non avevano mangiato niente da ore e avevano fame.
Avevano sempre fame e non occorreva che qualcuno li invitasse a mangiare. Per loro era un’impresa fare un pranzo decente alla settimana. Il più delle volte, la pancia la riempivano con quello che riuscivano a scroccare a qualche compagno del branco appena arrivato. Ma dopo qualche settimana erano tutti dei morti di fame nelle stesse condizioni. Perciò, più che girovagare a caso nella notte, rubare qualcosa da barattare in un secondo tempo, intontirsi di droga o alcol e arrostire bestie nei parchi deserti non facevano.
Baggio, poi, non ricordava che sapore avesse il cibo di sua madre. Sei mesi erano troppi. Era cresciuto con piatti di ogni genere, ma aveva davvero dimenticato che sapore avevano. Con le anfetamine, con la colla o con il popper non succedeva: in quei momenti la fame, a dire il vero, non la sentiva neppure. Ma spesso, specialmente quando fumava dell’hascisc, avvertiva una fame incontrollabile e gli capitava di vedere, davanti agli occhi, gli hamburger e le patatine fritte  preparati da sua madre.
A volte, era talmente allucinato che ci parlava assieme. Ci parlava assieme come se fossero cartoni animati e qualcosa di  vivo e non un semplice cibo. Come se invece del cibo avesse parlato con lei. E in quei contesti la sua mente cadeva in vortici così complessi e assurdi, che i piatti di pasta e le merendine offerti da sua madre diventavano l’unico scopo di vita, come se il futuro consistesse solamente in una cotoletta o chissà che altro. Allora immaginava di poter trascorrere il resto della vita a non fare niente se non mangiare piatti saporiti preparati da lei. Senza capricci. Felice e sicuro del futuro. Peggio di una tortura dunque e il più delle volte si addormentava con la speranza di svegliarsi davanti a una tavola imbandita di gnocchi o di bastoncini di pesce: i suoi piatti preferiti.
Adesso non poteva rifiutare un suo invito.
Entrò e si sedette in salotto sul divano in tela, vicino alla porta che dava sul balcone. Nice si sedette a fianco, mentre la donna si recò in cucina. C’era un forte odore di candeggina nella sala e un ordine bizzarro. Vide che le sue foto sulla mensola della vetrina erano state tolte e sostituite dalla miriade di mostri infantili con i quali aveva giocato.
Nice rise e non certamente per i mostri. Aveva un’aria stupidamente intimidita. Non era da lui un’espressione del genere. «Tua mamma è fulminata» disse.
«Perché?»
Sogghignò. «Cristo non vedi?»
«Non bestemmiare. Ti ammazza se ti sente.»
«Davvero è incinta?»
«Non credo. è una sua malattia. Ma non ricordo come si chiama. È colpa delle medicine che prende. Tutta colpa degli antidepressivi. Lo fa spesso. Una volta era convinta di aspettare tre gemelli.»
Nice sorrise. «Però è davvero carina» disse arrossendo. «La mia, di mamma, era una vecchia obbrobriosa. Mi vergognavo di averla.»
«Che significa obbrobriosa?»
«Brutta, credo… la tua è bella. Anzi bellissima. Credevo fosse una racchia. Fossi in te rimarrei. Potrei restare anch’io se me lo chiede, uh uh.»
Sua madre si sporse dalla cucina quasi per caso. Stava piangendo. Baggio si rese conto che presto sarebbe potuta diventare isterica. Era una matta, quella donna, con pochissimi momenti di lucidità: certe cose non era più in grado di reggerle. Probabile che non stesse neanche preparando qualcosa da mangiare.
La guardò, poi si alzò e attraverso la stanza sino all’ingresso della cucina. Aveva ragione, come aveva sospettato, sul tavolo, a parte un centrino ricamato, non c’era nulla. La donna non stava preparando niente.
Lei lo abbracciò un’altra volta e Baggio rinunciò a fare resistenza. Dopotutto era sua madre ad abbracciarlo. Cosa poteva fare: prima o dopo l’avrebbe mollato. Si incuriosì quando avvertì che lo stava annusando. Sorrise. «Cosa fai?»
«Non hai un buon odore.»
«Puzzo?»
Sua madre annuì tirando su con il naso, come avrebbe fatto una mocciosa dell’asilo con la goccia. Poi lo lasciò, ritraendosi in disparte come se qualcosa l’avesse turbata di nuovo. Dapprima si passò il palmo della mano sugli occhi per asciugare le lacrime, poi lo guardò come un ebete e rise. Rise come una persona interessata a niente. «Dovresti lavarti un poco» consigliò.
Baggio capì che era il caso di ubbidire. Non gli costava niente farla felice. Poteva lavarsi senza problemi visto che il convivente non c’era. D’altra parte lei aveva ragione: puzzava veramente. Il guaio è che c’era talmente abituato che non lo sentiva neppure l’odore che si portava in giro. Puzzava come un animale. Aveva lo stesso odore dei cani randagi che a volte mangiava e i vestiti che indossava erano saturi di sudore e puzzo di piscio.
Anche Nice puzzava e Baggio costrinse pure l’amico a entrare nella stanza da bagno. Poi si lavarono assieme riempiendo d’acqua la vasca da bagno. Si spogliarono nudi, senza nessun pudore e guazzarono felici nella vasca piena d’acqua, come avrebbero fatto dei ragazzini in riva al mare durante una vacanza. Non fu una cosa breve e si divertirono un mondo. Alla fine si riempirono di borotalco neutro e indossarono delle magliette pulite fornite dalla donna. Nice ebbe degli slip del patrigno.
Poi andarono in cucina. La donna aveva cucinato dei maccheroni. Li aveva conditi con del prosciutto cotto e del pomodoro in scatola. I ragazzi ne mangiarono due piatti a testa e bevvero un litro di cola sottomarca. Poi giocarono a fare i rutti e per un poco fu tutto più semplice.

Continua...

4 commenti:

  1. Bene, la storia procede bene, bravo :)
    In pvt le segnalazioni :P

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  2. Le accentate sono colpa di blogger. Io le ho scritte correttamente:-)

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  3. Bravo continua ad ingranare,il personaggio della madre succube e rincretinita è molto credibile.Figure così come personaggi come Nice ne ho incontrati diversi quando facevo l'obiettore in Toscana.Attendo il terzo capitolo in cui suppongo accadrà qualcosa di brutto,per postare una rece iù organica.

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  4. Grazie Nick... Il personaggio di Nice dovrebbe avere un'assonanza con un filosofo e un po' alla volta questa assonanza emergerà in maniera sconvolgente, magari non nel terzo capitolo... ma vedrai che le sorpese non mancheranno:-)

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