domenica 8 agosto 2010

Scegliete il ristorante con cura

Approfitto di queste settimane di agosto in piena aria di pigrizia vacanziera per ripresentare sul blog, a puntate, alcuni miei racconti. Sono lavori che qualcuno avrà avuto già modo di leggere, visto che oltre ad aver parcipato a diversi concorsi letterari, sono presenti in rete. Il primo che presento si intitola “Un posto da gourmet” e lo suddivido in tre puntate in modo da non appesantire la lettura. Oggi posto la prima, domani la seconda e la terza martedì. Leggetelo, non vi sottrarrà tanto tempo, e se lo desiderate commentatelo, possibilmente sotto il blog affinché i commenti non vadano perduti.
Lo potete fare anche in veste anonima.

Un posto da gourmet – prima parte

Tra noi c’era sempre chi propendeva per un altro posto. Non riuscivamo mai a metterci d’accordo. Se per caso uno proponeva il bianco, l’altro suggeriva il nero. Se uno consigliava un rifugio in montagna, potete essere sicuri che un altro avrebbe indicato, subito dopo, un localino in riva al mare. Potevamo discutere per ore e ore prima di decidere. E quasi mai trovavamo la soluzione. Neanche a pagare.
Questo, però, avveniva se lui mancava. Già, perché quando lui era presente la situazione era del tutto diversa. Allora i problemi non esistevano. Se lui era lì con noi non avevamo dubbi sulla scelta del luogo dove recarci a cena.
Non racconto storie. Lui era il boss, il grande capo, la guida vivente dei ristoranti, e un personaggio del genere sapeva sempre – come il comandante di una nave – quale fosse il posto migliore per noi.
Non saprei dirvi come faceva, visto che non era ricco e neppure un genio. Magari dipendeva dalla professione che svolgeva (commercializzava coltelli e altri oggetti da cucina). Posso sbagliarmi. In ogni caso conosceva i posti più singolari del mondo. Aveva sempre un tavolo libero in qualche locale e non soltanto in quelli contrassegnati da tre forchette sulle riviste gastronomiche. Frequentava i ristoranti più deliziosi della terra e ne aveva uno da segnalarti per ogni centro abitato presente sulle cartine geografiche.
Perciò, se per qualche motivo dovevi recarti a Roma, potevi essere certo che lui ti avrebbe infilato nelle tasche della giacca una lista con le migliori trattorie dove andare a cena. Era informato sulle locande di Berlino e pure su quelle di Parigi. Senza citare i consigli che poteva darti su Venezia o Barcellona. Sapeva tutto straordinariamente e di certi locali conosceva i menù e le cantine meglio della sua biografia.
D’altronde io lo avevo sperimentato e sapevo che non mentiva. Una volta ero stato a Praga e vi giuro che non scorderò mai l’osteria in Piazza Malastrana dove mi aveva dirottato a pranzare.
«Cucinano un maialino al forno che è fenomenale» mi aveva detto prima di partire.
«E dove becco Piazza Malastrana?» avevo chiesto, solo per cercare di defilarmi.
«Non faticherai a trovarla» aveva ribattuto. «Si tratta di una delle piazze più importanti di Praga. Parti dalla Città Vecchia, oltrepassi la Moldava sul Ponte Carlo, prosegui diritto per qualche centinaio di metri e trovi la piazza sulla destra. Il ristorante e lì, sotto i portici. Ti assicuro che non puoi sbagliare.»
Non avevo sbagliato.
Insomma, non vorrei apparire di parte, ma sono sicuro che avrebbe potuto scrivere un libro al riguardo. Tuttavia, del ristorante dove aveva intenzione di portarci quella sera, non ci aveva mai fatto menzione. Doveva trattarsi di un segreto; come se fosse un posto riservato agli affiliati di qualche loggia massonica. Anzi, ho la netta sensazione che, in condizioni normali, non ce ne avrebbe mai parlato.
Ma quel giorno, capitando dentro il bar, dove noi stavamo assaporando il consueto e corroborante aperitivo prefestivo, si accorse che stavamo quasi arrivando alle mani per la scelta di un locale e suppongo sia quello il motivo che lo spinse a esclamare, in pompa magna, quella frase: «Smettetela! So io dove portarvi!»
Neanche ci avesse ipnotizzato con un trucco da illusionista: ci tranquillizzammo immediatamente, come se non stessimo aspettando altro.
«Grazie a Dio!» disse uno di noi. «Qualche minuto di ritardo e sarebbero spuntati i coltelli.»
Lui si mise a ridere. «Esagerati, non posso mai lasciarvi soli» disse.
«Cosa hai in mente?» gli chiesi.
Lui mi strappò, con forza, il bicchiere di vino bianco che avevo in mano. Dapprima guardò la struttura e il colore controluce, poi fiutò il contenuto un paio di volte. Ma non bevve. Non posò nemmeno le labbra sul calice. Si limitò a mettersi in posa come un dandy.
«Amico mio!» disse tenendo il bicchiere in mano; ora lo roteava neanche fosse un sommelier provetto. «Stasera, penserai di cenare in paradiso… Ci venite tutti?»
Come è logico supporre nessuno si tirò indietro. Ma era del tutto prevedibile questa reazione. Non credo sia facile trovare degli ingordi come noi in giro per il mondo.
«Mi raccomando» continuò lui. «Non mangiate troppo a pranzo e portate soldi a sufficienza.»

1^ puntata... continua domani

4 commenti:

  1. attendo la seconda parte...mi ha incuriosito molto il personaggio chiavedel tuo racconto..questo fantomatico esperto di locali..bella e scorrevole la narrazione..poveri gli scenari..coinvolgente ..la trama ..ma aspetto il resto per dire del tutto la mia...ciaooooooooo

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  2. Grazie Monica... domani, domani la seconds parte, spero di divertirti... grazie per ora:-)

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  3. L'ho trovato un racconto d'atmosfera così come certe storie della tradizione americana dei pulp.
    Così a pelle mi ricorda molto LA SPECIALITA' DELLA CASA.
    Aspetto la seconda parte,sono sicuro che non mi deluderà.

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  4. Nick, la tua pelle non sbaglia, ma ho mai letto i racconti di Stanley:-)

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