domenica 27 giugno 2010

Avvampando gli angeli caddero… per bere un caffè

A volte suono il sassofono. Male, ma lo suono. Un sassofono contralto. Studio partiture apposite oppure suono brani come “Careless Whisper” e “Baker Street”. Così per tenermi compagnia, senza pretese, chiuso solo in casa. A volte però mi escono brani come questo e tutto cambia. Cambia il mio mondo e l’alone vitale intorno a me stesso diventa angosciante e tragicamente romantico come il film di Ridley Scott a cui fa da colonna sonora. Già, una musica meravigliosa per un capolavoro assoluto della fantascienza anni ottanta.

Sì, non può essere diversamente, almeno per il sottoscritto. Un film che mi ritorna in mente tutte le volte che provo a scrivere storie di Sci-Fi e ogni volta che ascolto qualche sofisticato e coinvolgente brano di Vangelis.

E allora rivedo i bagliori di fiamma sopra le mastodontiche abitazioni di una Los Angeles post apocalittica simile ad Hong Kong
Rivedo il ghigno luciferino e biondo platino di un Roy Batty in cerca di una speranza di sopravvivenza.
Rivedo una civetta androide sopra un lampadario con tende che si abbassano.
Rivedo una partita a scacchi e giocattoli che si spostano in un appartamento decadente.
Risento lingue strane e una nenia nelle orecchie:

Avvampando gli angeli caddero;
profondo il tuono riempì le loro rive,
bruciando con i roghi dell'orco

E allora ripenso a un maestro come Philip K. Dick.
Ripenso al suo “Cacciatore di androidi”, il romanzo che ha ispirato liberamente il regista del film e la sensazione di avere a che fare con un altro capolavoro diventa tangibile.

Certo il romanzo non è così generoso, non offre soluzioni filosofiche come il film. Non dà speranza alcuna e le storie d’amore sono simili a quelle che si vivono a pagamento. La Los Angeles Metropolis è sostituita da una San Francisco malata di cui si avverte la presenza incombente ma non si immagina, visto che la lettura viaggia su dei binari claustrofobici e freddi con delle sfumature noir alla Marlowe. Una scrittura lapidaria e perfetta, senza fronzoli, che suscita emozioni, malgrado sia studiata quasi per non crearne. Come se a leggere il libro dovesse essere un androide.

Un androide che alla fine chiude il libro e si gusta, finalmente, un bel caffè nero e bollente.

Tre su tre.

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